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La lingua come norma del vivere civile nella prima traduzione del «Galateo» in lingua tedesca (1595)

Serena SPAZZARINI


Abstract

The present essay focuses on the first German translation of Giovanni della Casa’s Il Galateo, handwritten by Friedrich von Gellhorn at the University of Helmstedt and dated 1595. The work was dedicated to the three sons of Christian I, Elector of Saxony, dead in 1591. First, a short biography of the translator is provided, taking into account the cultural context in which he operated. Second, a contrastive analysis of the Italian source text and the German target text is performed, in particular of those paragraphs where Della Casa deals with a wide range of conversational examples.

La prima traduzione in lingua tedesca del Galateo1 di Monsignor Giovanni Della Casa fino ad oggi conosciuta è rimasta manoscritta e attualmente conservata presso la SLUB (Sächsische Landesbibliothek - Staats - und Universitätsbibliothek) della città di Dresda (collocazione: Mscr. Dresd. M. 222). La traduzione, redatta da Friedrich von Gellhorn nel 1595, non è ancora stata oggetto di studio, né si trovano saggi o articoli ad essa dedicati. L’occasione del presente saggio richiede dunque di delineare una premessa storico-culturale che permetterà di inquadrare meglio il contesto entro il quale essa fu composta; solo successivamente, si potrà perciò esaminare il capitolo XXII, uno dei capitoli in cui l’autore propone concreti esempi di conversazione, attraverso i quali la lingua si configura essenzialmente come norma del vivere civile.

Quando von Gellhorn compose il suo Galateo, il Ducato di Sassonia era retto eccezionalmente dal Duca Friedrich Wilheln I di Sassonia-Weimar, in attesa che il primogenito della casata dei Wettin Christian II (1583-1611), che alla morte del padre, il Duca Christian I Principe Elettore di Sassonia (1560-1591)2, aveva soltanto otto anni, potesse assumere la piena responsabilità del proprio ufficio. Come documenta Barbara Marx, nonostante fosse consuetudine generalmente consolidata della nobiltà sassone quella di compiere un tour o un viaggio di studio in Italia, alla morte improvvisa dell’Elettore Christian I si registrò un rigido ritorno all’ortodossia luterana, tanto che la preoccupazione di una possibile ʻcontaminazioneʼ del credo protestante dei duchi ancora minorenni comportò un irrigidimento verso quanti avessero relazioni culturali con l’Italia3. Il Galateo di von Gellhorn, che sembrerebbe dunque trasgredire la linea politica adottata dalla corte, offriva in realtà un valido strumento di conoscenza degli usi e costumi adottati in Italia: sicuramente Johann Georg, il secondogenito (1585-1656), si avvalse di questa guida quando negli anni 1601-1602, ovvero durante il primo biennio di piena reggenza di Christian II, per motivi di sicurezza fu prescelto al posto di quest’ultimo per compiere la Kavalierstour e spingersi in Italia in incognito4. E proprio a chi avrebbe potuto compiere un viaggio tale von Gellhorn decise di dedicare la sua traduzione, ossia ai tre duchi allora minorenni Christian II (l’erede), Johann Georg (colui che alla morte del fratello gli sarebbe succeduto al trono) e August (1589-1615):

Den durchleuchtigsten Hochgebornen fürsten, vndt Herren, Herrn CRISTIANO, JOAN-GEORGIO, vndt AUGUSTO, gebrüdern, Herzogen zu Sachsen, Landtgraffen in düringen Marggraffen zu Meissen, vndt Burggraffen zu Magdeburg, Churfürsten CRISTIANI sehligen, hinterlassenen Söhnen.

A Vostra Altezza Serenissima, Prìncipi e Signori dai nobili natali, fratelli Cristiano, Giovanni-Giorgio e Augusto, Duchi di Sassonia, Langravi nel Margraviato turingio di Meissen, Burgravi di Magdeburgo, figli e beati eredi del Principe Elettore Cristiano.

Dalla dedica, tuttavia, non possiamo ricavare utili indizi che ci possano confermare l’identità del traduttore: nonostante ne sia tramandato il nome, non è infatti possibile stabilire con inequivocabile certezza se si tratti di Friedrich von Gellhorn padre, oppure di Friedrich von Gellhorn figlio. Del primo, erede di Georg von Gellhorn zu Alt-Grottgau e di Catharina von Reichenbach, conosciamo la data del matrimonio (1580) con Hedwig Elisabeth von der Heyde (1552-1593), dalla quale ebbe un figlio che fece battezzare con il suo stesso nome, e la data della sua morte (1603); sappiamo inoltre che tra il 1586 e il 1598 partecipò attivamente, pur senza che si possa definire in quale veste, all’amministrazione politica in varie città della Slesia (principalmente afferenti al Principato di Schweidnitz)5. Del figlio, invece, si posseggono dettagliate e diffuse notizie, tutte attinenti la sua intensa attività legata a diverse corti: Friedrich, figlio dunque di Friedrich von Gellhorn e di Hedwig von der Heyde fu assistente giudiziario e presbitero a Schweidnitz e a Jauer, dal 1617 divenne Consigliere Segreto e Camerlengo dell’Arciduca Carlo d’Austria e, infine, fu nominato Imperial Regio Camerlengo in Slesia dall’Imperatore Ferdinando II6. Tra le varie notizie che di lui si possono reperire, quanto lo contraddistingue dal padre sono i lusinghieri giudizi con cui sempre viene definito, come ad esempio quello di Sinapius quando afferma che «war dazumahl bey nahe der reichste Edelmann unter der Schlesis. Noblesse, ein vortrefflicher Cavalier, der in damahligen Kriegs-Troublen obbesagten Fürstenthümern in und außerhalb in Commissionen und Gesandschafften ersprießliche Dienste leistete»7. Per entrambi, padre e figlio, non esiste alcuna segnalazione relativa alla stesura del Galateo: se da un lato, la rilevanza delle notizie biografiche di Friedrich il giovane potrebbe lasciar supporre una più intensa partecipazione alla vita di corte, dall’altra parte avrebbe avuto soltanto tredici anni alla data della stesura del manoscritto. L’età, d’altronde, potrebbe non costituire un motivo di netta esclusione, considerando che proprio ad Helmstedt, presso la Julius Universität dove un von Gellhorn scrisse questa traduzione, all’età di soli dodici anni, fu nominato rettore Heinrich Julius von Braunschweig-Lüneburg (1564-1613), figlio del Duca Julius von Braunschweig-Wolfenbüttel, colui che nel 1576 aveva fondato la “Carolina”, come era anche conosciuta l’Università di quella città: l’età, in questo caso, non pregiudicò infatti l’assunzione di un così importante e prestigioso incarico poiché, come le cronache del tempo confermano, «nicht selten geschah, bat er einige Professoren zur Tafel und unterhielt sich mit ihnen über theologische, juristische, medicinische und andere Gegenstände, legte entweder etwas vor, worüber man disputierte, um die Meinungen Anderen zu hören, oder trug seine eigene Meinung vor, und wußte sie mit dem größten Scharfsinne und einem bewunderungswürdigen Aufwande von Gelehrsamkeit zu vertheidigen»8. Sia Friedrich padre che Friedrich figlio, inoltre, frequentarono l’Università di Helmstedt, come risulta dai registri delle immatricolazioni, in cui sono censiti due studenti che portano il nome di Gelhorn, Fridericus9.

Fu dunque nella prima Università protestante del Nord del Sacro Romano Impero che il 5 giugno 1595, così come indica la dedica, von Gellhorn redasse la sua traduzione con il titolo:

Galatheus oder Von Erbarkeit vndt Höffligkeit der Sitten. Ein sehr nützliches büchlein, erstlichen in Welscher sprach geschrieben durch Joannem Casass Vndt itzundt erst, mit sonderem fleis aus dem Welschen in vnsere hochdeutsche sprach vertiret vndt gebracht durch Friedrich von Gelhorn von Költschen10.

Nella dedica il traduttore asseriva di conoscere bene la lingua italiana e la traduzione stessa, oltre ad essere per lui un esercizio, gli dava la possibilità di far conoscere un testo che, grazie agli eccellenti ammaestramenti che in esso si potevano rintracciare, godeva di pari dignità rispetto ai molti altri libri che trattavano degli stessi argomenti e che erano in gran voga presso ʻquasiʼ tutte le nazioni:

Gnedige fürsten vnd herren, das zu ider Zeit vnd bey allen nationen, von höfflichen vnd höltsehligen Sitten seÿ viel gehalten wollen, erscheinet aus dem, das in allen sprachen fast, schöne herrliche bücher davon geschrieben, vorhanden sindt, unter welchen dieses nicht fürs geringste zuhalten, so der fürneme vnd durch gantz Italian berümbte Man Joan. Casa in welscher sprach geschrieben, vnd unter dem nahmen GALATHEI [...] ausgehen lassen: Welsches büchlein, weil es vol herrlicher lehren, vnd auserlehsener schöner exempel vnd historien, hab ich zu vertiren vnd aus dem Welschen in vnsere deutsche sprach zusetzen, für mich genommen. Denn nachdem, auf E.F.G. vniversitet Leipzig ich erstlich die liebliche Welsche sprach zulernen angefangen, und hernach in der Julius vniversitet alhier continuiret, [...] hab ich für rathsam geachtet dergleichen exercitium für die handt zunehmen11.

Miei graziosi Prìncipi e Signori, che in ogni tempo e in ogni nazione si tengano in molta considerazione gli usi e costumi gentili e cortesi viene testimoniato dal fatto che quasi in tutte le lingue ne sono disponibili belli splendidi libri, tra i quali libri non si deve tenere in minor considerazione questo che il nobile e in tutta Italia celebre Signor Giovanni Della Casa scrisse in lingua italiana e fece uscire col nome “Galateo” [...]: il quale libretto, poiché è colmo di eccellenti ammaestramenti, di squisiti e begli esempi e storie, mi sono proposto di tradurre e di trasporre dalla lingua italiana alla nostra lingua tedesca. Poiché dopo aver dapprima cominciato a studiare la dolce lingua italiana presso la Vostra Principesca Università di Lipsia e poi averla tuttora continuata a studiare presso la Julius Universität, ho ritenuto opportuno intraprendere questo esercizio.

Sulla strada tracciata dal De Sermone di Giovanni Pontano, il Galateo di Monsignor Della Casa (pubblicato postumo nel 1558) ha concorso certamente, assieme al Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione (edito nel 1528) e alla Civil Conversazione di Stefano Guazzo (edito nel 1574), a fondare e uni/formare le regole di un modello della “forma del vivere” moderno che dall’Italia del Cinquecento si diffuse a tutte le corti europee, e che da allora ha continuato a rappresentare un modello attrattivo, continuamente riesaminato, rielaborato e attualizzato: qui dunque von Gellhorn, oltre a dare conferma dell’interesse che tale letteratura stava riscuotendo presso molte corti europee, riconobbe il Galateo come modello degno di essere divulgato.

La decisione di destinare la traduzione ai tre duchi, invece, dipese da un debito di riconoscenza che lo stesso traduttore chiarì sempre nella dedica: oltre alla gratitudine per aver potuto studiare la lingua italiana presso l’Università di Lipsia (dunque nel Ducato di Sassonia), von Gellhorn si dichiarò grato per l’onore a lui concesso di poter vantare l’inclusione del nome dei Duchi nel suo Stammbuch. Come era consuetudine all’epoca, nello Stammbuch di uno studente, oltre ad esercizi di stile si potevano trovare scritte autografe che testimoniassero la diretta conoscenza di importanti e notevoli personalità e, nel caso di persone di alto rango sociale (come decisamente questo era il caso), molto rilievo veniva affidato al nome della persona e all’iscrizione in sé, che poteva essere una citazione posta nella parte superiore del foglio, talvolta seguita da luogo e data12. La traduzione di von Gellhorn si presenta dunque soprattutto come omaggio:

[...] aus zweierleÿ vrsachen: Erstlichen, weil auff E.F.G. hohenschul Leipzig, wie oben gemelt, ich prima fundamenta Italica lingua begrieffen: Vnd darnach wegen schuldiger pflicht, vnd danckbarkeit, darmit gegen E.F.G. ich mich verbunden erkenne. [...] Weil [...] E.F.G. mein geringes stambüchlein mit ihren fürstlichen henden gezieret, hab ich [...] E.F.G. mit diesem meinem deutschen GALATHEO verehren wollen13.

[...] per due ragioni: per prima cosa perché, come ho già detto, presso l’Università di Vostra Grazia Principesca a Lipsia ho compreso i primi fondamenti della lingua italiana e, poi, per doveroso debito e gratitudine per i quali io mi sento obbligato nei Vostri Principeschi confronti. [...] Poiché, Vostra Principesca Grazia, con le Vostre Serenissime mani avete adornato il mio piccolo Stammbuch, ho voluto onorare Vostra Grazia con questo mio Galateo tedesco.

Pur essendosi attenuto il più possibile al testo italiano, il traduttore ammette di aver «aus erheblichen vrsachen, ettliches ubergangen vnd ausgelassen» (per rilevanti ragioni, tralasciato e omesso parecchio): si trattava insomma di importare il modello proposto, ma adattandolo alla realtà del proprio Paese e perciò all’uso della propria lingua. Con ciò, ovviamente, il traduttore non intendeva stravolgere il modello, come ben si può verificare nel caso degli esempi ʻlinguisticiʼ, ovvero di quegli esempi concreti che Della Casa cita per spiegare quali parole si debbano evitare, quali prediligere o piuttosto quali ricercare: in questi casi von Gellhorn abbandonò il più possibile le scorciatoie dei calchi morfo-sintattici o semantici, cercando piuttosto di operare secondo un criterio di mediazione culturale, attuando l’intenzione di adeguare pienamente la sua traduzione al contesto e alle aspettative della cultura d’arrivo.

A titolo del tutto esemplificativo possiamo dunque esaminare la traduzione del capitolo XXII, che Monsignor Della Casa riserva ad una serie di esempi pratici dell’uso della conversazione, non limitandosi tuttavia alla comunicazione verbale, ma sorvegliando anche i modi del comunicare, delle conseguenze che l’atteggiamento e l’aspetto esteriori producono a corte, in un’epoca in cui lo scambio mondano e la partecipazione attiva alla ʻbella societàʼ potevano determinare la fortuna o l’esclusione di un individuo: uno dei capitoli dunque in cui l’autore, intuendo l’esigenza di normalizzare il più possibile ogni forma di socievolezza, individua nella conversazione uno dei princìpi sui quali si fonda la civiltà stessa.

Come si può immediatamente rilevare da un primo sommario confronto tra i rispettivi incipit del testo di partenza e di quello d’arrivo, risulta evidente il criterio qui adottato da von Gellhorn, il quale, pur conservando i passaggi in cui Della Casa chiarisce i presupposti teorici sui quali gli esempi da lui addotti si fondano, opta per esempi equipollenti ma non necessariamente equivalenti dal punto di vista lessicale o semantico, o piuttosto espunge interamente ogni esempio (qui e nei passaggi successivi sottolineati per evidenziarne la consistenza) che, come nel caso delle citazioni dantesche, lo avrebbero obbligato a trovare un autore equivalente per la cultura tedesca. In quest’ultimo caso, inoltre, anche l’eventuale decisione di trasporre in lingua tedesca il testo di Dante, avrebbe presumibilmente compromesso la funzionalità della traduzione:

Le parole sì nel favellare disteso, come negli altri ragionamenti, vogliono esser chiare sì, che ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere; e oltre a ciò belle in quanto al suono e in quanto al significato: perciocché se tu arai da dire l’una di queste due, dirai piuttosto il ventre che l’epa; e dove il tuo linguaggio lo sostenga, dirai piuttosto la pancia che il ventre o il corpo; perciocché così sarai inteso, e non franteso, siccome noi Fiorentini diciamo; e di niuna bruttura farai sovvenire all’uditore. La qual cosa volendo l’ottimo Poeta nostro schifare, siccome io credo, in questa parola stessa, procacciò di trovare altro vocabolo; non guardando, perché alquanto gli convenisse scostarsi, per prenderlo, di altro luogo, e disse: Ricorditi che fece il peccar nostro // Prender Dio, per scamparne, // Umana carne al tuo virginal chiostro! E comeché Dante, sommo poeta altresì, poco a così fatti ammaestramenti ponesse mente, io non sento perciò che di lui si dica per questa cagione bene alcuno: e certo io non ti consiglierei che tu lo volessi fare tuo maestro in quest’arte dello esser grazioso, conciossia cosa che egli stesso non fu; anzi in alcuna cronica trovo così scritto di lui: Questo Dante per suo sapere fu alquanto presuntuoso e schifo e sdegnoso, e quasi, a guisa di Filosofo, mal grazioso, non ben sapeva conversare co’ laici. Ma tornando alla nostra materia, dico che le parole vogliono essere chiare: il che avverrà, se tu saprai scegliere quelle, che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto che elle siano divenute rance e viete e, come logori vestimenti, diposte o tralasciate; si come spaldo e epa e uopo e sezzaio e primaio. E oltre a ciò, se le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici; perciocché di quelle accozzate insieme si compone quel favellare, che ha nome enigma e in più chiaro volgare si chiama gergo: Io vidi un che da sette passatoi // Fu da un canto all’altro trapassato. Ancora vogliono esser le parole, il più che si può, appropriate a quello che altrui vuol dimostrare e meno che si può, comuni ad altre cose; perciocché così pare che le cose istesse si rechino in mezzo, e che elle si mostrino non con le parole, ma con esso il dito: e perciò più acconciamente diremo riconosciuto alle fattezze che alla figura o alla imagine; e meglio rappresentò Dante la cosa detta, quando e’ disse: Che li pesi // fan così cigolar le sue bilancie, che se egli avesse detto o gridare o stridere o far romore14.

Die wörtter betreffende, die sollen in einer idern, fürnemlich aber in einer langen rede fein clar, artlich vnd höfflich sein, als so du eines unter diesen beiden sagen solst, ist besser das du sprichst, es ist beschmützt, dan, es ist beschissen. Er hat sich gebrochen, als er hat gespien: Dann so du also redest werden die wörtter schlicht wie sie lauten aufgenommen, vnd können auf keine widerwertige meinung gezogen werden, oder dem zühörern einen grawen und eckel machen. Die wörtter, hab ich gesagt, sollen clar sein, welchs als dan geschieht, so man die wörtter seiner Mutter sprach weis außzuleßen, vnd nicht die gebrauchet, welche gar zu alt, vnd gleich wie die alten kleider abgeleget, vnd abkommen sindt. Zu diesem sollen die wörtter, welche du gebrauchest, nicht zweiffelhaftigs verstandes sein, sondern einerrley bedeutung haben: dan solche vielbedeutende wortte, in den Rätzeln, welche zu latein aenigmata, vnd in unser (welschen) sprach zergo genandt werden, ihre stelle haben. Hieher gehört ferner, das solche wörter gebraucht werden, die eigentlich zu der sachen, so wir anzeigen wollen, gehören, vnd dieselbe deutlich zuverstehen geben, die auch aufs wenigste andern nicht können zugeeignet werden, dan als dann scheinet, gleichsam die geschicht nicht würde mit wortten, sondern mit den fingern demonstrirt vnd gewiesen, als die hünde eigen vndt proprium ist bellen, der schafe bläcken, der Saw grüntzen [...]15.

Proseguendo la traduzione del capitolo secondo il criterio precedentemente evidenziato, von Gellhorn attua perciò il suo compito di traduttore e di mediatore scartando dal suo Galateo quelle numerose citazioni, oppure sostituendo gli esempi con lunghe esposizioni (come nel caso della citazione di Beatrice), sempre attento a non tradire le premesse teoriche del modello proposto da Della Casa:

Favelleremo adunque noi nell’altrui linguaggio, qualora ci farà mestiero di essere intesi per alcuna nostra necessità; ma nella comune usanza favelleremo pure nel nostro, eziandio men buono, più tosto che nell’altrui migliore [...]. Dee oltre a ciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste. E la onestà de’ vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro, o nel loro significato; conciossia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta, e nondimeno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà, siccome rinculare ... [sic]; è bene guardarsi non tanto dalle parole che sono, ma eziando da quelle che possono essere, o ancora parere o disoneste o sconce, e lorde ... [sic]; come alcuni affermano essere queste pur di Dante: Se non ch’al viso e di sotto mi venta. Anzi non solo si dee altri guardare dalle parole disoneste e dalle lorde, ma eziandio dalle vili, e specialmente colà, dove di cose alte e nobili si favelli; e per questa cagione forse meritò alcun biasimo la nostra Beatrice, quando disse: L’alto fato di Dio sarebbe rotto // Se Letè si passasse, e tal vivanda // Fosse gustata sanza alcuno scotto // Di pentimento... , ché per avviso mio non istette bene il basso vocabolo delle taverne in così nobile ragionamento16.

Nun aber die nott erfordert, das wir von andern mögen verstanden werden, so gehet es wol hin, frembder sprach sich zugebrauchen, ausserhalb des in gemeiner conversation sol ein ider bey seiner sprach, ob gleich andere besser sindt, verbleiben. [...] Ein ider Ehrsamer mensch sol auch meiden zusagen alle wörtter, die etwas unehrsam sindt: die erbarkeir aber der wörtter, beruhet entweder in ihrem laut vnd stimme, oder in ihrer bedeutung, dan ettliche vocabula ehrliche sachen bedeuten, vnd gleichwol in der stim vnd laut scheinen etwas unehrsames in sich haben: derenthalben wo solche verdechtige wörtter fürkommen pflegen erbare Matronen in derer stelle, andere die gebürlicher sindt zusetzen. Ettlichen aber so unhöfflich vnd ubel gezogen sindt, denen entfert oft aus unverstandt und unbedacht ein wortt, welchs so ein ander in ihrer gegenwart nennen soltte, sie sich selbst entferben und scheuen müsten: Vnd aus der Vrsachen, erbare matronen, vnd die darfür wollen gehalten sein, sollen mit allem fleis nicht allein unehrsahme sachen, sondern auch dergleichen reden fliehen, vnd nicht allein die dergleichen sindt, sondern auch die dergleichen sein können, vnd für unehrsahme, schändliche vnd unhöffliche reden gehalten werden17.

Il criterio di tralasciare le citazioni dantesche si ritrova anche nell’altro capitolo del Galateo (il XXI) in cui Della Casa ricorre al “sommo Poeta”, dove il traduttore conserva diligentemente le regole che l’autore propone per «far un racconto con leggiadria e piacere degli uditori»18 eliminando, però, oltre al rimando alla Commedia, anche i numerosi esempi di ordinaria conversazione. Von Gellhorn rinuncia qui a quei passaggi che accrescono la verosimiglianza del discorso del «vecchio idiota ammaestrante un suo giovanetto», dell’illetterato dunque che per argomentare si avvale di esempi ordinari e comuni:

Conviene adunque che chi racconta, ponga i nomi e poi non gli scambi. E oltre a ciò, si dee l’uomo guardare di non dir quelle cose, le quali taciute, la novella sarebbe non meno piacevole, o per avventura, ancora più piacevole: Il tale, che fu figliuol del tale che stava a casa nella via del Cocomero, nol conosceste voi? che ebbe per moglie quella de’ Gianfigliazzi? una cotal magretta, che andava alla messa in S. Lorenzo? Come no? anzi, non conosceste altri. Un bel vecchio diritto, che portava la zazzera, non ve ne ricordate voi? Perciocché se fosse tutto uno che il caso fosse avvenuto ad un altro, come a costui, tutta questa lunga quistione sarebbe stata di poco frutto; anzi di molto tedio a coloro che ascoltano e sono vogliosi e frettolosi di sentire quello avvenimento, e tu gli aresti fatto indugiare; si come per avventura fece il nostro Dante: E li parenti miei furon lombardi / E mantovani per patria ambidui. Perciocché niente rilevava se la madre di lui fosse stata da Gazzuolo, o anco da Cremona. Anzi apparai io già da un gran retorico forestiero uno assai utile ammaestramento d’intorno a questo [...]19.

solst die propria und taufnamen eines idern darzusetzen, und dieselben hernach nicht verwechseln: solst auch nicht derer sachen gedencken, welche so sie mit stilleschweigen ubergangen, die historien nicht weniger, oder ia mehr lustiger anzuhören were. Ich habe auf eine zeit, von einem außlendischen, vortreflichen oratore und redener, eine nütze lehr gelernet [...]20.

Passaggi simili, in cui Della Casa adattava la materia del suo trattato alla finzione dell’“idiota”, e che gli permettevano di estendere i suoi consigli a tutte le classi sociali, probabilmente esulavano dal ʻprogettoʼ del traduttore: rivolgendosi ai duchi, infatti, von Gellhorn intendeva veicolare, principalmente a chi già apparteneva alla corte, un modello di conversazione che si inseriva in un processo di formazione di una fisionomia ʻmodernaʼ del vivere civile, in cui proprio la conversazione fungeva da collettore di più ampie dinamiche interpersonali. Scegliendo questo testo per rendere omaggio ai tre eredi sassoni, il traduttore si rese così divulgatore (seppur entro una cerchia ristretta) di quelle “virtù” del nuovo “cortigiano” del modello italiano attraverso le quali, con competenza e buon gusto, un gentiluomo poteva distinguersi in società. Un modello talmente attraente per la cultura tedesca di quel periodo che Nathan Chytraeus, dopo aver dato alle stampe una sua versione latina del trattato già a partire dal 157921, ritenne opportuno pubblicare a Francoforte nel 1597 anche una nuova traduzione in lingua tedesca22, rendendo così il trattato fruibile ad una cerchia di lettori di formazione non accademica.

Bibliografia

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Itinerarium Christianum Oder Christliches Reysebüchlein: Bey dem Hochansehliches Adelichen Begräbnüß deß Weyland WolEdlen Gestrengen Hoch= und Wolbenambten Herrn Friedrichs von Gelhorn und Alten Grotkaw Auff Rogau Peterswaldau Peißterßdorff Weigelßdorff [...] Röm: Kay: May: KammerRaths in Ober= und NiederSchlesien der Fürstenthümer Schweidnitz und Jawer Obern Rechtsitzenders und LandtzEltestens [...],Breßlau, Baumann, 1637.


Notes

↑ 1 Questo saggio intende costituire il primo approccio in vista di un più ampio progetto di edizione critica e commentata di questa traduzione, ufficialmente autorizzata dalla sezione Fotothek della SLUB, che con gentile e sollecita collaborazione ha così permesso l’avvio della nostra indagine.

↑ 2 Pur non essendo il primogenito dell’Elettore August I Wettin von Sachsen e di Anna Oldenburg von Dänemark, Christian I divenne erede dell’Elettorato in seguito alla morte del fratello maggiore Alexander, avvenuta il giorno 8 di ottobre del 1565. Alla morte del padre August, avvenuta nel 1586, Christian I divenne il nuovo Principe Elettore di Sassonia. Nel 1582 si sposò con Sophie Hohenzollern von Brandenburg, dalla quale ebbe sette figli, tre maschi (coloro ai quali è dedicato il Galateo) e quattro femmine (Anna Sabine, Sophie, Elisabeth e Dorothea). Cfr. C. SCHILLE, «Christian I», in Neue Deutsche Biographie. Herausgegeben von der Historischen Kommission bei der Bayerischen Akademie der Wissenschaften. Dritter Band Bürklein – Ditmar, Berlin, Duncker & Humblot, 1957, pp. 230-231; C. SCHILLE, «Christian II», in Neue Deutsche Biographie cit., pp. 231-232.

↑ 3 Cfr. B. Marx, «Die Italienreise Herzog Johann Georg von Sachsen (1601-1602) und der Besuch von Cosimo III. de’ Medici (1668) in Dresden. Zur Kausalität von Grand Tour und Kulturtransfert. Mit einer Dokumentation von Kristina Popola (Anhang I), Barbara Marx (Anhang II-IV) und Juliane Lacroix (Anhang V-VI)», Beihefte der Francia, 60, 2005, pp. 373-427. In particolare: pp. 374-377.

↑ 4 Cfr. ivi, pp. 376-377.

↑ 5 Cfr. Schlesischer Curiositäten. Erste Vorstellung, Darinnen die ansehnlichen Geschlechter Des Schlesischen Adels, Mit Erzehlung Des Ursprungs, der Wappen, Genealogien, der qualificirtesten Cavaliere, der Stamm=Häuser und Güter beschrieben, [...] ausgefertiget von Johanne Sinapio, Leipzig, gedruckt in der Fleischerischen Druckerey, Vol. 1, 1720, p. 387 e p. 389; Genealogia des Hoch-Gräflich Freyherrlich-und Hoch-Adelichen Geschlechts Derer von Stosch, Zu Ehren und Gedächtniß Aller mit Demselben, Beydes dem Wappen und Geschlecht nach, Verwandten und Befreundeten, Und zum Nutzen Anderer Hoch-Adelichen Geschlechter [...] zusammen getragen Durch Weiland Herrn Melchior Friedrich von Stosch [...], Breßlau und Leipzig, Korn, Vol. 2, 1736, p. 233.

↑ 6 Per le notizie biografiche relative a Friedrich figlio, si veda: M. H. E. Meier (Hrsg.), Allgemeine Encyklopädie der Wissenschaften und Künste in alphabetischer Folge von genannten Schriftstellern bearbeitet und herausgegeben von J. S. Ersch und. J. G. Gruber. Mit Kupfern und Charten. Erste Sektion A-G. Siebenundfünfzigster Theil. Gellert- Genezareth, Leipzig, Brockhaus, 1853, p. 36; J. Sinapius, Schlesischer Curiositäten cit., pp. 387-388; Itinerarium Christianum Oder Christliches Reysebüchlein: Bey dem Hochansehliches Adelichen Begräbnüß deß Weyland WolEdlen Gestrengen Hoch= und Wolbenambten Herrn Friedrichs von Gelhorn und Alten Grotkaw Auff Rogau Peterswaldau Peißterßdorff Weigelßdorff [...] Röm: Kay: May: KammerRaths in Ober= und NiederSchlesien der Fürstenthümer Schweidnitz und Jawer Obern Rechtsitzenders und LandtzEltestens [...], Breßlau, Baumann, 1637. Per la ricostruzione genealogica si veda anche: M. F. von Stosch, Genealogia cit., pp. 232-233 (all’interno della genealogia di Catharina Beata von Landscron-Prinsenig), v. anche pp. 312-313. Dai tre matrimoni Friedrich il giovane ebbe numerosi figli, anche se tra i maschi ne sopravvisse soltanto uno, Ernst, il quale ricevette dall’Imperatore Ferdinando III il titolo di barone, mentre dall’Imperatore Leopoldo quello di conte (J. Sinapius, Schlesischer Curiositäten cit., pp. 388-389). Non esistono chiari riferimenti al titolo nobiliare né per Friedrich padre, né per Friedrich figlio: soltanto un’annotazione a proposito della figlia di Friedrich il giovane (Helena von Gellhorn) testimonia l’appartenenza degli antenati al titolo di conte (Des Schlesischen Adels Anderer Theil, Oder Fortsetzung Schlesischer Curiositäten, Darinnen Die Gräflichen, Freyherrlichen und Adelichen Geschlechter, So wohl Schlesischer Extraction, Als auch Die aus andern Königreichen und Ländern in Schlesien kommen [...] In völligem Abrisse dargestellt werden [...] ausgefertiget von Johanne Sinapio, Leipzig und Breßlau, Michael Rohrlach, Vol. 2, 1728, p. 111). Per notizie più diffuse sulla genealogia della famiglia von Gellhorn, si veda anche: J. Sinapius, Schlesischer Curiositäten cit., p. 386.

↑ 7 “Fu a quei tempi quasi il nobiluomo più ricco dell’intera nobiltà slesiana, un eccellente cavaliere che nelle peripezie belliche rese ai suddetti principati fruttuosi e validi servigi dentro e fuori commissioni e missioni diplomatiche.” J. Sinapius, Schlesischer Curiositäten cit., pp. 387-388.

↑ 8 “Non capitava raramente che invitasse a tavola alcuni professori e si intrattenesse con loro su argomenti teologici, giuridici, medici e altri ancora; o presentava un argomento su cui disputare, per udire le opinioni degli altri, o esponeva la sua opinione e la sapeva difendere con il massimo rigore e un ammirevole sfoggio di erudizione.” F. A. Ludewig Generalsuperintendenten zu Helmstedt, Heinrich Julius, Herzog zu Braunsweig und Lüneburg. Ein biographischer Versuch, Helmstedt, Verlag der Fleckeisenschen Buchhandlung, 1833, p. 6.

↑ 9 Il primo è registrato con il numero di matricola 91.108, l’altro riconoscibile con il numero 100.144. Cfr. http://uni-helmstedt.hab.de/index.php?cPage=4&sPage=mat&wWidth=1280&wHeight=603. Consultato il 12 dicembre 2012.

↑ 10 Il titolo è riportato nel f. 5 del manoscritto. Da qui in poi il testo sarà abbreviato con la sigla Galatheus.

↑ 11 Galatheus, ff. 8-9.

↑ 12 M. Schilling, «Stammbuch», in J.-D. Müller (Hrsg.), Reallexikon der deutschen Literaturwissenschaft. Neubearbeitung des Reallexikons der deutschen Literaturgeschichte, New York, De Gruyter, 2007, pp. 496-497, qui, p. 496. Cfr. anche: W. W. Schnabel, Das Stammbuch. Konstitution und Geschichte einer textsortenbezogenen Sammelform bis ins erste Drittel des 18. Jahrhunderts, Tübingen, Niemeyer, 2003; W. Klose, «Corpus Alborum Amicorum. Ein Bericht über die Sammlung und Beschreibung von Stammbüchern der frühen Neuzeit.», in W. Frühwald, G. Jäger und A. Martino (Hrsg.), Internationales Archiv für Sozialgeschichte der deutschen Literatur, Tübingen, Niemeyer, Vol. 10, 1985, pp. 154-169; K. Henzel, «Zwischen Gelehrtentum und „Populärkultur“: Gellert-Zitate in Stammbucheinträgen des 18. Jahrhunderts.», in S. Schönborn, V. Viehöver (Hg.), Gellert und die empfindsame Aufklärung. Vermittlungs-, Austausch- und Rezeptionsprozesse in Wissenschaft, Kunst und Kultur, Berlin, Schmidt Verlag, 2009, pp. 189-201.

↑ 13 Galatheus, ff. 10-11.

↑ 14 Mons. G. Della Casa, Il «Galateo». Riprodotto secondo l’edizione veneziana del 1558. Con introduzione e commento di Carlo Steiner, Milano, Vallardi, 1933, pp. 80-82. Da qui in poi il testo sarà abbreviato con la sigla Galateo.

↑ 15 Galatheus, ff. 145-147.

↑ 16 Galateo, pp. 84-86.

↑ 17 Galatheus, ff. 149-151.

↑ 18 Galateo, p. 76.

↑ 19 Ivi, pp. 77-78.

↑ 20 Galatheus, ff. 142-143.

↑ 21 Ioannis Casae Galateus seu de morum honestate, et elegantia, liber ex italico latinus, interprete Nathane Chytraeo. Rostochiae, 1579.

↑ 22 Io. Casae Galateus. Das ist das Büchlein von erbarn / höflichen und holdseligen Sitten. Inn welchem unter der Person eines alten wolerfahrnen Hofmannes / ein Edler Jüngling unterweiset wird / wie er sich in seinen Sitten / Geberden / Kleydung / Reden / Schweigen / Thun / Lassen / und gantzem Leben also fürsichtiglich verhalten solle /daß er bey jedermenniglich möge lieb und werth gehalten werden. Neuwlich auß Italianischer Sprach verteutschet von Nathane Chytraeo. Gedruckt zu Franckfurt / Anno 1597. Cfr. anche la ristampa anastatica: Giovanni Della Casa. Galateus. Das Büchlein von erbarn / höflichen und holdseligen Sitten verdeutscht von Nathan Chytraeus 1597. Nachdruck der Ausgabe Franckfurt, 1607. Herausgegeben von K. Ley. Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 1984.

Pour citer cet article :

Serena SPAZZARINI, La lingua come norma del vivere civile nella prima traduzione del «Galateo» in lingua tedesca (1595), Lingua e Diritto. La Lingua della Legge, la Legge nella Lingua, Publifarum, n. 18, pubblicato il 13/03/2013, consultato il 29/03/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=256

 

Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN électronique 1824-7482

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