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La tecnica, il tempo, la letteratura (e la critica)

Matteo MAJORANO


Riassunto

La rivoluzione digitale ha modificato i parametri essenziali delle relazioni fra uomo e natura. Il materiale e il virtuale sono diventati compatibili e funzionali, le distanze si sono contratte, la velocità ha assunto carattere invasivo. Con l’abolizione del tempo, proprio dell’affermarsi della tecnica, anche lo spazio letterario è in costante trasformazione. Da un lato, emergono nuove forme di creatività complessa – la letteratura elettronica nelle sue diverse varianti – che raccolgono la sfida della storica incompatibilità fra pratiche artistiche e scienze dure. Dall’altro, nuove strumentazioni per conoscere il fenomeno artistico rivelano potenzialità applicative che potranno fare delle digital humanities una risorsa strategica per rinnovare il ruolo e la funzione della critica letteraria.

Abstract

The digital revolution has changed the essential parameters of the relationship between man and nature. The material and the virtual have become compatible and functional, the distances are contracted, the speed has become invasive. With the abolition of the time, derived from the emergence of technology, the literary space is in constant transformation. On the one side, emerging new forms of complex creativity - the electronic literature in its different variants - which take up the challenge of historical incompatibility between artistic practices and hard sciences. On the other side, new instruments to know the artistic phenomenon reveal potential applications that will make digital humanities as strategic resource to renew the role and the function of literary criticism.

Pur con una qualche necessaria semplificazione, si deve constatare che tre sono gli elementi implicati nella “Grande Mutazione Numerica” che da tempo sta sconvolgendo le pratiche umane e la loro organizzazione, compresa quella della letteratura (e delle arti) e, di conseguenza, della critica. L'invenzione di un universo immateriale e digitale costituisce una trasformazione avanzata e oramai compiuta nelle sue grandi linee, i cui effetti appaiono diffusi e irreversibili, ma di cui le prospettive finali, come gli esiti antropologici, restano ancora incerti, tutti da individuare e valutare. Nessuno sembra poter indicare la durata di questo processo e i suoi risultati definitivi.

Gli sviluppi della tecnica, intanto, hanno determinato e continuano a determinare cambiamenti cospicui nei comportamenti umani. Mai, in passato, l'invenzione di una “macchina sistemica”, di uno strumento tecnico complesso, ha avuto la capacità di riorganizzare dalle fondamenta la vita degli uomini, fino a garantirsi il riconoscimento del titolo di “intelligenza”, anche se “artificiale”, come è accaduto con quella che rende possibile la “rivoluzione numerica”. Questa, infatti, ha stravolto alcuni parametri essenziali delle relazioni tra l'uomo e la natura: la materia, lo spazio e il tempo non son più ciò che erano. L'immateriale è diventato sostanza funzionale, pur nella sua presenza effimera e inconsistente, mentre, d'altra parte, le categorie di “materiale” e di “virtuale” sono diventate compatibili e funzionali; la distanza è stata liquefatta dall'onnipresenza di una iconologia della merce su un mercato globale; il tempo, misura della distanza tra azioni e situazioni, tra soggetti e oggetti, è stato contratto oltre i limiti sino allora noti e tende ulteriormente a ridursi.

Quello del tempo è l'aspetto che più condiziona il presente numerico e richiede di essere analizzato, perché, in questa sua compressione, ha subito una accelerazione senza precedenti, con la conseguenza di un aumento esponenziale della produzione e con la contemporanea riduzione della richiesta di presenza di lavoro umano. La possibilità di eseguire un maggior numero di compiti in un tempo ridotto con minori “risorse umane”, avrebbe – in linea teorica – dovuto ampliare il tempo libero e, attraverso questo, la libertà personale e collettiva. Di fatto, è accaduto esattamente il contrario: è aumentata la produttività individuale (si lavora ovunque, in qualunque momento) e il tempo di lavoro si è dilatato e sregolato. Qualunque individuo, in qualunque forma e misura inserito nel circuito del lavoro numerico, deve conseguire dei risultati di produzione e vive secondo la logica di ciò che “deve” essere prodotto comunque, di qualunque tipo sia il settore della produzione cui si applica (artigianale o industriale), anche perché persino il lavoro intellettuale è stato numericamente riassorbito nel lavoro produttivo generale. Al numero dei pezzi (oggetti o attività concettuali) da realizzare si è sostituito il feticcio del “risultato”, l'obiettivo, in fabbrica e nelle istituzioni, sui mercati come in borsa. La società umana di questa “stagione del numerico” riesce a sopravvivere in un difficile equilibrio solo se riesce a “condensare”, in qualunque modo, sempre più attività in tempi minori, senza interrogarsi sul punto di rottura, non ancora raggiunto, ma forse inevitabile.

La “questione numerica” riveste, a ben pensarci, un carattere, per così dire, filosofico: infatti, essa traduce nel modo più adeguato nel presente la questione della tecnica, così come era stata posta da Heidegger nelle Conferenze di Brema, quando sosteneva che la tecnica costituiva oramai paradigma della contemporaneità, intendendo dire che la tecnica era diventata una “struttura” capace di limitare l'“essere” e di ridurlo all'utilizzazione della tecnica stessa e all'offuscamento dell'“essere”. La tecnica, in quanto “impianto”, per utilizzare le parole del filosofo della Foresta Nera, permette di inserire gli elementi naturali in un quadro di uso costante e indiscriminato e di totale profitto, che garantisce solo la supremazia assoluta della tecnica.

Il fenomeno più appariscente cui si assiste da tempo, nell'epoca della “civiltà numerica”, è l'abrogazione del tempo come spazio disponibile anche per “altro” che non sia lavoro: scomparso il flâneur, inimmaginabile una qualunque “ricerca del tempo perduto”. La competitività, in qualunque settore si possa manifestare, non ammette più un tempo privo di produzione. Come evidenzia in un suo recente lavoro - fortemente condizionato dal punto di vista ideologico - Aliénation et accélération, Hartmut Rosa, il tempo appare funzione dell'accelerazione della circolazione delle merci e delle transazioni economiche e di quanto ruota intorno ad esse (per esempio, la comunicazione dei media). In pari tempo, contro questa crescente velocità, garantita dalla “numerizzazione” e dalla competitività, si manifestano nella società tendenze al rallentamento e alla decelerazione: esse sono numerose e significative, per quanto minoritarie, incapaci comunque di invertire la tendenza.

Tuttavia, l'aspetto che più sembra determinante e su cui occorre riflettere risiede nell'opposizione “naturale” esercitata dal “limite biologico umano”: il sonno, inteso come spazio temporale di assenza di produttività, si oppone - di fatto - a questa accelerazione. E' vero che nella “stagione del numerico” il sonno ha dovuto ridurre la durata della sua “naturale” fisiologia, ma il tempo del sonno, per quanto decurtato delle passate misure, presenta limiti fisiologici incomprimibili. Oggi, il sonno dell'uomo rappresenta l'ultima inespugnabile trincea, capace di respingere, oltre certi limiti, l'accelerazione forzata imposta dalla tecnica. La crescita di velocità dettata dalla numerizzazione rivela, inoltre, un carattere invasivo del mondo interiore, del privato, e manifesta una forza cogente, che prescrive un adeguamento alle simultaneità possibili. Al messaggio numerico corrisponde una risposta in tempi brevi e in un numero essenziale di parole, con una grammatica, una sintassi e una punteggiatura irrilevanti ai fini della comunicazione. Essa dà luogo a una bulimia comunicativa secondo un codice mutante, portatrice spesso di violenza, verbale quanto morale. Il verbo del numerico è sempre l'imperativo.

Se, invece, la comunicazione deve trasmigrare nella telefonia a questa ipercinesia temporale coltivata da internet, accade che la concentrazioni dei segni aumenti, generando un coacervo di elementi alfabetici, iconologici e di tachigrafie, che costituiscono una lingua referenziale, condivisa da gruppi comunicanti, quasi quanto il “linguaggio” codificato. Con twitter la comunicazione assume uno spazio impensabile nelle relazioni umane, e questa frenesia della comunicazione pone, nel momento del suo massimo dominio, anche un problema di “saturazione”, di overload della comunicazione. Di fronte a questo fenomeno, tuttavia, la tecnica elabora sempre nuove possibilità: una società californiana ha presentato di recente Snapchat, un servizio di messaggistica istantanea che invia foto e messaggi deperibili, che scompaiono dopo alcuni secondi dalla lettura. Il successo di questa nuova “risorsa” dall'altra parte dell'Atlantico, ben superiore alle aspettative più ottimistiche, documenta quanto ancora si possa spostare in avanti il limite della ricezione umana e comprimere il tempo. Il tempo “numerico” ininterrotto, senza più ore, rivela la profondità del mutamento avvenuto: il tempo “numerico” è un tempo privo di pause, perché la produzione della merce globale non conosce interruzioni e il suo mercato non ammette soste nel flusso del sistema. Tutta la merce è presente sul mercato in ogni istante e “nessun dorma” sembra la sua paradossale parola d'ordine. Il tempo cannibalizza l'uomo e Chronos fagocita i suoi figli a una velocità esponenziale. L'ultima aspettativa tecnica sono i supercomputer “quantici”, gli attuali simulatori quantici, già funzionanti, quelli del Laboratoire Pierre-Aigrain de l'Ecole Normale Supérieure de Paris o quelli della National Security Agency. L'essenza della tecnica, come già intuiva Heidegger, abolisce il tempo.

Questo sembra un quadro attendibile dell'attuale rapporto tra tecnica e tempo. Cosa succede, invece, nello spazio letterario? Per poter rispondere a questa domanda occorre fare una distinzione di generi e anche un passo indietro di alcuni decenni. In Europa, alla fine degli anni Cinquanta, i tedeschi Max Bense e Theo Lutz - con un algoritmo - producono la prima poesia “creata” da un apparecchio informatico, lo Zuse Z22. Quasi in contemporanea l'inglese Brion Gysin, molto vicino a Burroughs e frequentatore del Beat Hotel a Parigi, si produce in un'analoga esperienza poetica. In Francia nel 1960, dalla relazione “impura” degli scrittori con il computer, per iniziativa di François Le Lionnais e Raymond Queneau, nasce l'Oulipo, cui partecipano, tra gli altri, Georges Perec e Jacques Roubaud. In Italia, poco più tardi Nanni Balestrini pubblica la poesia costruita al computer Tape Mark 1, testo ancor oggi godibilissimo. Nasce così quella letteratura che va sotto il nome di “electronic literature”, “letteratura elettronica” o “e-letteratura”, una consistente nuova forma di creatività complessa, che pone ancora oggi, dopo aver emigrato sul web negli anni Novanta, numerosi problemi, tra cui quelli definitori. La letteratura elettronica si propone con diverse varianti, di cui le più note sono quelle identificate dalle etichette della “kinetic poetry”, o, in territorio extrapoetico, di “hypertext fiction”, di “interactive fiction”, di “literary perfomances online”. Queste nuove forme letterarie in continua evoluzione, sono realizzate e condizionate dal mezzo elettronico, da internet, dal numerico e dalle loro evoluzioni. Conta soprattutto il sistema numerico generatore, il logiciel. La natura di queste creazioni si rivela fondamentalmente instabile, imprevedibile, mutante e deperibile: non si tratta di testi retti da una logica lineare, deterministica, per quanto matematica, ma aperti ad una costruzione a rizoma, molteplici e adattabili ai fruitori, trasformati, da semplici lettori, in creatori di secondo grado.

Perché, dunque, questo breve viaggio attraverso alcune tappe della letteratura elettronica? Quale interesse può avere questo itinerario per dei critici letterari? In una stagione in cui, proprio in Italia, qualche critico ritiene superflua e obsoleta la critica letteraria, rielaborando una volta di più la “teoria” della morte della critica letteraria, sembra necessario interrogarsi sulla attualità della critica e dei suoi compiti. Il lavoro del critico continua a prevedere l'individuazione dei testi destinati a durare (i classici), le ragioni di questo destino secolare, l'illustrazione dei meccanismi di “orologeria fine” che muovono le opere considerate “classici”, attraverso un esercizio di “decostruzione”. A questi compiti pare aggiungersi in questa stagione convulsa una mutazione epocale quella dell'analisi dei testi attraverso la logica numerica e l'uso del computer, mezzo capace di aprire territori ancora più vasti e fecondi, quelli che illustrano le reti di lemmi e le loro relazioni interne ed esterne.

La letteratura (e le arti), infatti, per parte loro, nella loro sensibilità e autonomia, non si sono private dello strumento numerico sin dai suoi esordi: hanno riconosciuto in esso una ulteriore, straordinaria possibilità di allargamento delle proprie facoltà, una sfida ancora più importante da raccogliere proprio per la storica incompatibilità tra questi mondi paralleli (arte e letteratura, da un lato, scienze dure e informatica, dall'altro). In ambito di critica letteraria, l'utilizzazione dello strumento numerico ai fini della critica letteraria sembra, invece, relativamente più recente e confinato in uno spazio limitato. Al contrario, quello che dovrebbe risultare evidente è che - allo stato attuale della critica letteraria - questo spazio merita di essere praticato con molta più determinazione e continuità. Del resto, il ricercatore autentico è quello che, pur disponendo di un metodo di ricerca consolidato, personale o condiviso, è capace di ricordarsi ciò che scriveva Karl Popper: “Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l'unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere”.

Si entra così nel complesso mondo delle digital humanities o delle humanités digitales, un nuovo spazio di ricerca in cui si prova ad applicare all'arte e alla letteratura le scienze “dure” (informatica e ingegneria). Il centro fondatore di queste ricerche, non prive di attenzione per le scienze umane e per quelle sociali, sono macchine e modelli numerici proposti per conoscere il fenomeno artistico. Ci si trova, dunque, di fronte ad una nuova e composita proposta di epistemologia della creazione letteraria e artistica, di cui non sono ipotizzabili gli esiti interpretativi.

La storia delle digital humanities ha un esordio tutto italiano ad opera del padre gesuita Roberto Busa, che nel 1949 diede avvio alla lemmatizzazione completa delle opere di Tommaso d'Aquino. Le Manifeste des digital humanities, presentato a Parigi nel maggio del 2010, costituisce il testo di riferimento per questo nuovo settore di studi che si presenta come una “transdisciplina” ibrida, utilizzabile in ogni settore artistico. Non si tratta, tuttavia, di abdicare ad una ermeneutica tradizionale, fondata su conoscenza, emozione, intuizione e sensibilità. Si tratta, invece, di far poggiare su una raccolta di dati, sulla individuazioni di reti e sui flussi semantici certificati dall'analisi digitale quelle stesse attitudini che costituiscono un patrimonio cui non si può rinunciare. Occorre fare della critica letteraria uno spazio in cui la retorica argomentativa eserciti un influsso che sia limitato all'essenziale, in qualche modo minimalista.

Per questa strada, al “close reding”, questa lettura tradizionale, “ravvicinata” e “calda” dei testi e delle opere si affianca, completandola (e non sostituendola) una “distant reading”, per usare la terminologia di Franco Moretti, una lettura che utilizzando il “computational modeling” e la “quantitative analysis” riesce ad estrarre dai testi una rete di rapporti e dati diversamente non riconoscibili ad una lettura ravvicinata, estremamente fruttuosa per stabilire i vari flussi di diversa natura all'interno di un testo e tra più testi, utili ai fini di una diversa, più approfondita comprensione della pagina letteraria, sulla base di dati computazionali riscontrabili. In questa direzione opera da tempo uno studioso assai agguerrito, Matt Jockers, della University of Nebraska (Lincoln): a lui si deve un volume fondamentale: Macroanalysis: digital Methods and Literary History, definita da Stefan Sinclair “A truly significant exploration of the intersection of literary studies and computer-assisted text analysis”. Inoltre, uno strumento prezioso per gli studiosi, in questo nuovo spazio critico, si rivela il saggio di Jerome Kagan, The Three Cultures: Natural Sciences, Social Sciences, and the Humanities in the 21st Century. Un insostituibile ruolo di coordinamento per queste ricerche è stato assunto dal “Journal of Digital Humanities”.

Tutto questo fermento di studi Oltreatlantico e in Europa, confrontato con quanto accade in Italia, porta a constatare che, in un Paese che ha avuto grandi critici letterari, al momento, - al di là del trio ipermediatizzato Cortelessa, Berardinelli, La Porta – ci si trova in sofferenza critica, anche se non mancano studiosi che, in qualche occasione, hanno provato ad utilizzare nei loro lavori percorsi di ricerca di cui il computer in qualche misura fosse protagonista. Tuttavia, le esperienze di lavoro scientifico accurato hanno minor rilievo, in termini di successo editoriale e di presenza nei media. In campo strettamente scientifico, ricerche sui testi che vedano protagonista l'informatica e la sua dimensione numerica restano sporadiche, occasionali, parziali e, soprattutto, non fanno né scuola né, tanto meno, movimento culturale. Il computer, nei territori delle scienze umane, nel Belpaese, resta molto discusso e poco sfruttato. Al contrario, la ricerca attraverso il numerico può costruire lo spartiacque tra critica come eloquenza (anche come eloquenza negativa) e critica scientifica, senza per questo dover diventare asettico tracciato computazionale. L'uso finale di questa operazione propedeutica di “controllo” potrebbe consistere nel riferire all'esterno (per uso pubblico) le sole valutazioni e considerazioni critiche, di interesse generale, che quei dati comportano secondo il critico che ha studiato il materiale numerico. Questo significherebbe anche dover aprire uno spazio di confronto concreto, cioè testuale, con informatici e ingegneri per l'elaborazione di programmi di analisi, di volta in volta adattati ai testi.

Nella pratica quotidiana, invece, il computer, per lo più, interviene come strumento per allestire un sito, una vetrina statica dei propri prodotti intellettuali, spesso di difficile consumo, in modalità monodica, unidirezionale, a carattere informativo. I siti di critica letteraria più seguiti sono nelle mani di sodali le cui intenzioni metaletterarie sono, talvolta, più manifeste di quelle letterarie e il sistema delle recensioni applica la convenzione di parlare bene del libro di chi, in maniera diretta o indiretta, appartiene alla stessa fazione o di chi suscita le simpatie di una delle fazioni presenti su territorio letterario. La scrittura, talora, è molto disinvolta, se non sciatta, mentre altre volte appare altezzosa, se non sprezzante: in entrambi i casi, si dimostra, a conti fatti, “parenetica” (che in questa circostanza significa “promozionale”).

La presenza di twitter e di altri social network su questi siti avvantaggia il conteggio degli interlocutori, ma non ne garantisce la qualità delle parti in causa: per far questo bisogna scegliere un livello di scrittura adeguato ai soggetti con cui si intende dialogare e queste determinazioni, di solito, hanno peso e senso con un pubblico omogeneo anche se di diversa professione e con diversi obiettivi (giornalisti dei media ed editori, per esempio). Un sito letterario e di critica letteraria offre, tuttavia, una occasione unica per uscire dalla autoreferenzialità accademica, tenendo conto, tuttavia, che questa “dérégulation” degli scambi di comunicazione, speculare di quella economica, comporta come conseguenza il drenaggio di una grande varietà di comportamenti, oltre quelli preferenziali, dal meglio (poco) al peggio (molto). Inoltre, in linea di tendenza, non si può ignorare che la comunicazione sulla “rete sociale” è invasiva e costrittiva (sempre), prevaricante e violenta (talvolta), portatrice di un conformismo autoritario o di eccentricità forzosa (spesso).

Le riviste elettroniche di critica “accademica”, per parte loro, conservano immutata la logica delle riviste cartacee da cui discendono o di cui sono il doppio, introducendo, semmai, un surplus di rigore scientifico, quasi a garantirsi con questo “rafforzamento” dall'“intrusione” dell'informatica.

Quanto fin qui analizzato riesce, forse, a dimostrare che nelle scienze umane lo strumento digitale è restato - di fatto - esterno all'oggetto cui pare interessarsi. Si tratta, perciò, di portare avanti il processo di transizione e rendere la “macchina digitale” funzionale e interna ai testi. Questo impegno non sembra possa essere ulteriormente differito o rallentato, senza conseguenze negative e irreversibili per la critica letteraria, senza condannarla all'inefficacia, determinando una sua paralisi o una sua marginalizzazione. Occorre, dunque, recuperare il ritardo accumulato, facendo ricorso ad una sistematica introduzione nei testi dell'informatica e del numerico come strumento sistematico di lavoro di analisi, producendo i dati necessari ad una modellizzazione dei rilevamenti compiuti. Parafrasando Heidegger, sembra che valga anche per la critica letteraria la consapevolezza che la grandezza dell'uomo si misuri in base a quel che cerca e all'insistenza con cui insiste in una ricerca, sia essa sulla tecnica, sul tempo, sulla letteratura (e sulla critica).

Bibliografia selettiva

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Pour citer cet article :

Matteo MAJORANO , La tecnica, il tempo, la letteratura (e la critica), La Francesistica italiana à l'ère du numérique, Publifarum, n. 25, pubblicato il 25/04/2016, consultato il 18/11/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=330

 

Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN électronique 1824-7482

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