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Tra descrizione e normalizzazione: il termine come segno e la dipendenza dalla lingua.

Michele PRANDI



In questa comunicazione vorrei proporre alcune riflessioni non da terminologo, ma da linguista appassionato di terminologia e per anni coinvolto nel lavoro terminologico. Prima di entrare nel merito del mio tema – alcune riflessioni sulla sinonimia in terminologia, tra descrizione e spinte normalizzatrici – vorrei riprendere brevemente alcune riflessioni preliminari.

1. Premesse generali: terminologie e lessici naturali

L’idea centrale della mia comunicazione è semplice, ma spero di svilupparla in direzioni promettenti: tra la ricerca terminologica e la ricerca lessicologica c’è una continuità di fondo, non solo nel metodo ma anche nell’oggetto. Ciò che distingue un termine da un lessema di una lingua naturale, infatti, non è la struttura, ma l’ambito di condivisione.
Come ogni segno linguistico, il termine ha un contenuto che, indipendentemente dalla sua maggiore o minore accessibilità, è il significato di un segno - di una parola o di un’espressione complessa. Nel caso del segno linguistico, ciò che legittima la relazione biunivoca tra il significante e il significato è, almeno sul piano del diritto, la condivisione generalizzata da parte di una comunità di parlanti. Nel caso del termine, ciò che legittima la relazione biunivoca tra il significante e il significato è la condivisione da parte di un gruppo di utenti specializzati che interseca molte comunità linguistiche naturali e al tempo stesso circoscrive un sottoinsieme ristretto di ciascuna. Questa differenza è sufficiente per fondare l’autonomia della terminologia come disciplina scientifica, ma non cancella la continuità del suo oggetto con l’oggetto della lessicologia e della lessicografia, e fornisce quindi un utile fondamento per discutere la terminologia alla luce della lessicologia e viceversa.
Il lessico di una lingua non è solo un contenitore di concetti, ma anche, e soprattutto, una struttura complessa in grado di dare forma ai concetti. Non tutti i concetti sono significati di un segno linguistico. Nel momento in cui diventa significato di un segno, tuttavia, ogni concetto, anche quello più immediatamente accessibile all’esperienza diretta, imbocca una deriva dagli esiti imprevedibili, che può lasciarlo intatto come ristrutturarlo in modo più o meno radicale. Se questa premessa è giusta, ne seguono due corollari che avvicinano l’oggetto della terminologia e quello della lessicologia, e autorizzano a estendere a ciascuna delle due discipline le risorse metodologiche elaborate nell’ambito dell’altra.
Da un lato, la funzione qualificante tradizionalmente riconosciuta ai lessici di specialità – la creazione di termini capaci di portare all’espressione oggetti e concetti concepibili e riconoscibili indipendentemente – è anche uno dei compiti funzionali ineludibili di una lingua naturale, che lascia un marchio indelebile nella struttura del lessico. Sull’altro versante, i lessici specialistici presentano in maggiore o minor misura tutti i fenomeni di dipendenza dal sistema tipici dei lessici naturali, dall’anisomorfismo, all’omonimia, alla polisemia, alla sinonimia, in qualche caso, come vedremo, addirittura enfatizzati.
L’idea di una separazione netta tra la terminologia e la lessicologia naturale nasce da due focalizzazioni di segno opposto compiute dai padri fondatori, che, come tutte le focalizzazioni da ‘stato nascente’, sorvolano sulla complessità dell’oggetto. Il compito istituzionale della terminologia - l’etichettatura di concetti definibili e sistematizzabili esplicitamente e indipendentemente, capaci di circolare nella comunicazione specializzata al di là delle frontiere linguistiche – ha portato a sottolineare l’autonomia dei concetti e a vedere nella loro messa in forma linguistica un potenziale fattore di entropia. Sul versante opposto, la semantica strutturale – da SAUSSURE (1916(1967)), a TRIER (1931; 1932), a HJELMSLEV (1943(1968)) – si è affermata come disciplina interna alla linguistica affrancandosi da un radicato pregiudizio, esplicitato da BLOOMFIELD (1933), sulla natura cognitiva, non linguistica, dei significati. Per ottenere questo scopo, ha enfatizzato il ruolo delle strutture specifiche del lessico nel dare ai concetti una forma immanente che li muta in significati, e ha messo in ombra, o addirittura negato, l’accessibilità di un solido sostrato di concetti condivisi indipendentemente.
Dopo decenni di ricerche sul campo, ora siamo in grado di guardare a tutta la questione con un atteggiamento più equilibrato. Il rigido ideale normativo perseguito dai padri della terminologia ha dovuto nel frattempo confrontarsi con una realtà empirica enormemente più complessa e differenziata, fatta non solo di concetti puri, ma anche di testi, di utenti e di situazioni. E insisto in particolare sui testi: i testi di specialità sono testi scritti in una lingua naturale, con la quale condividono la grammatica e gran parte del lessico, soprattutto tra i verbi e gli aggettivi (LERAT, 2009). Inoltre, i testi di specialità sono sottoposti alle stesse condizioni di coerenza dei testi naturali, e usano, sia pure in condizioni specifiche, gli stessi mezzi di coesione, a partire dalle catene anaforiche. Parallelamente, la semantica linguistica ha abbandonato il rigido formalismo delle origini. Per il loro stesso compito funzionale, le lingue devono essere in grado, esattamente come le terminologie settoriali, di manipolare un vasto e complesso universo di concetti che, diversamente da quanto pensavano i padri della semantica strutturale non si danno come un’informe nebulosa, ma presentano una struttura solida, duratura e condivisa. L’esperienza, soprattutto quella del mondo esterno, si presenta organizzata in una struttura propria, relativamente indipendente (ROSCH, 1973; 1978).
Superate le opposte enfatizzazioni, possiamo immaginare la formazione dei segni, e quindi anche dei termini, come l’esito di un’interazione dinamica tra due ordini di strutture, ciascuna governata da un criterio autonomo: da una parte, un sistema di concetti e oggetti in parte consolidati e in parte in continua, magmatica crescita; dall’altra un sistema di mezzi di espressione idealmente portato a dare forma ai concetti nei tempi lunghi, ma al tempo stesso costretto a inseguire con affanno un’esperienza che è sempre in vantaggio. Questa vera e propria competizione tra la spinta dei concetti e degli oggetti verso l’espressione e la spinta formatrice della lingua si apre su un ventaglio di esiti ampio e differenziato, che si estende dalla pura e semplice espressione di concetti solidamente strutturati e largamente condivisi, ai limiti dell’etichettatura, fino alla creazione di concetti saldamente radicati nelle strutture specifiche del lessico e impensabili al di fuori di esse. In questo spazio, aperto ai più svariati esiti empirici, c’è posto sia per i lessici naturali, sia per le terminologie di specialità.
Per etichettare i due poli di questo campo di oscillazione ho proposto la distinzione tra concetti endocentrici e concetti esocentrici (PRANDI, 2004, Cap. 6). Possiamo parlare di concetti endocentrici per riferirci a concetti saldamente radicati nel sistema di correlazioni e relazioni del lessico, e di concetti esocentrici per riferirci a concetti ancorati alla struttura di un’esperienza indipendente. Concetti come crepare o trapassare sono certamente concetti endocentrici, che portano il marchio della lingua che li ha forgiati; concetti come frassino o pervinca sono certamente concetti esocentrici, nomi dati a classi di oggetti riconoscibili indipendentemente.
Nell’ambito dei concetti endocentrici, l’identità del singolo valore dipende dalla rete di differenze istituite dalla lingua, e cioè dalla struttura del paradigma che lo accoglie – del campo (TRIER, 1931; 1932) - logicamente anteriore al singolo lessema. Nel definire un concetto endocentrico, non dobbiamo guardare immediatamente agli oggetti del mondo esterno, ma passare prima dalle strutture lessicali interne della lingua. Per definire un verbo come crepare, ad esempio, non possiamo cercare subito un ancoraggio obiettivo nell’esperienza esterna, ma dobbiamo prima passare per la struttura interna del lessico e prendere atto di come la lingua ha suddiviso l’area concettuale del morire in valori distinti e altamente specifici.
Nell’ambito dei concetti esocentrici, i valori appartenenti alla stessa area – per esempio i nomi delle specie di fiori - non formano un paradigma di valori interdipendenti – un campo – ma una serie aperta. Nella definizione di un concetto esocentrico, la componente differenziale, interna alla lingua, è trascurabile, mentre diventa decisiva la stabilità del suo rapporto con una classe di oggetti: per esempio i frassini o le pervinche. Grazie al radicamento in un’esperienza essenzialmente isomorfa e al venir meno della dipendenza dal campo, cambiano anche le condizioni del confronto interlinguistico, che non porta sull’intero paradigma ma sui singoli valori. Ha senso chiedersi, ad esempio, come si dice pervinca in francese.
Tra i poli opposti formati da questi due ‘tipi ideali’ si apre un ampio spettro di variazione, all’interno del quale ogni concetto appartenente al lessico di una lingua naturale trova una sua particolare forma di equilibrio tra la pressione funzionale proveniente dall’esterno e la pressione strutturale interna al sistema. Sulla base di queste premesse, la risposta alla domanda sull’interazione tra forme linguistiche e strutture dei concetti non è più data a priori, ma diventa un compito che si apre alla ricerca empirica. Tocca alla ricerca empirica, in particolare, accertare lo specifico dosaggio di fattori interni e esterni nei diversi tipi di concetti.

2. Il radicamento linguistico dei termini: anisomorfismo, omonimia, polisemia, sinonimia

La distinzione tra un polo endocentrico e un polo esocentrico ci permette di situare a grandi linee il lessico naturale e le terminologie di specialità nel continuum.
I lessici naturali si qualificano certamente per la loro capacità di costruire complessi paradigmi di valori specifici, e non stupisce che una lunga tradizione di studi abbia sottolineato e valorizzato soprattutto questa prerogativa. Tuttavia, anche nelle lingue naturali, la capacità di modellare nei tempi lunghi esperienze e concetti coesiste con la richiesta perentoria di mettere etichette agli oggetti di un mondo saldamente strutturato in un’esperienza condivisa. Ogni lingua contiene una quota di terminologia naturale, e quindi di nomenclatura. Le terminologie di specialità prolungano la terminologia naturale in ambiti specifici.
Un lessico di specialità, per parte sua, si qualifica per la sua capacità di etichettare nel modo più neutro possibile oggetti d’esperienza e concetti isolabili indipendentemente e preliminarmente alla loro messa in forma nelle diverse lingue, ed è naturale che le ricerche terminologiche mettano l’accento soprattutto su questo aspetto. Tuttavia, i lessici specialistici non sono semplici nomenclature, cioè sistemi di etichette incollate su oggetti e concetti identificati indipendentemente, ma strategie di denominazione e di concettualizzazione che nascono nell’uso e nei testi, sotto la spinta di compiti funzionali non molto diversi, anche se certamente più controllati e regimentati, di quelli che caratterizzano le lingue naturali. Un’analisi priva di pregiudizi di un lessico di specialtà mostra che il trattamento linguistico non si risolve quasi mai in una semplice etichettatura passiva, ma comporta quasi inevitabilmente una riconfigurazione più o meno specifica delle mappe concettuali, che si manifesta attraverso i tipici sintomi presenti nelle lingue naturali: anisomorfismi, omonimia, polisemia, sinonimia.
L’idea che difendo qui è che questi fenomeni non vanno valutati in blocco, ma in modo differenziato, dato che ognuno ha sulla pratica terminologica e sulla ricerca ricadute specifiche. L’anisomorfismo è un fenomeno che agisce allo scoperto: se lo si conosce non è pericoloso. L’omonimia è una vera patologia, per le terminologie come per le lingue naturali. La sua incidenza, tuttavia, è trascurabile. La polisemia non è un problema ma una risorsa preziosa. È però essenziale distinguerla in modo esatto dall’ambiguità. Resta la sinonimia, un problema complesso, dove le esigenze della descrizione e della normalizzazione si incontrano e, in mancanza di una definizione corretta dei termini del problema, entrano in conflitto.

2.1. Anisomorfismo

Nei lessici naturali, l’anisomorfismo, la spia più diretta del radicamento endocentrico dei significati, è un dato vistoso. All’italiano pesce e al francese poisson corrispondono in spagnolo due valori, pez e pescado. All’italiano fiume e allo spagnolo río corrispondono in francese due valori: fleuve per il fiume che si getta direttamente in mare, e rivière per l’affluente di un altro fiume. All’italiano scala corrispondono in francese escalier, la scala dell’edificio, e échelle, che include la scala portatile e la scala graduata. In spagnolo, la scala dell’edificio è escalera, la scala portatile è sia escalera, sia escala. Quest’ultimo nome copre, oltre al valore scala graduata, l’italiano scalo...
A partire da Saussure, i padri fondatori della semantica strutturale hanno citato l’anisomorfismo come l’argomento più potente a favore della dipendenza dei significati dalle strutture immanenti del lessico e della loro indipendenza dall’esperienza esterna. Visto da un’altra angolatura, l’anisomorfismo si rivela però anche un osservatorio privilegiato sulla relazione estremamente complessa e imprevedibile tra segni liguistici, significati, e uno strato più profondo di concetti condivisi e riconoscibili al di là delle frontiere linguistiche: l’imprevedibilità delle variazioni non ci impedisce di leggere il tema sottostante. Per identificare la rete di concetti condivisi, tuttavia, occorre mettere tra parentesi i significati che ci sono familiari e esplorare, in uno strato più profondo, la struttura della nostra esperienza. Riprendiamo il caso dell’italiano pesce e dello spagnolo pez e pescado.
L’esperienza dei pesci e del pesce forma una rete complessa di relazioni concettuali. In primo luogo, i pesci hanno un’identità naturale - vivono nell’acqua, con proprietà e comportamenti caratteristici - e un’identità culturale, artificiale: in tutte le nostre culture, ad esempio, alcune specie di pesci sono pescati, venduti e cucinati come cibo. La complessa identità naturale e culturale dei pesci può essere esplicitamente descritta nei suoi snodi critici: esseri viventi appartenenti a una specie naturale sono coinvolti in processi naturali – la vita acquatica, il nuoto - e in azioni umane – l’allevamento, la pesca, la cucina – che attribuiscono loro dei ruoli di volta in volta diversi. L’identità del pesce libero nell’acqua – essere vivente - è molto diversa da quella del pesce nella rete – bottino del pescatore – sul banco del pescivendolo – merce deperibile in vendita – nella padella – ingrediente per preparare il cibo – e nel piatto – cibo.
Nel momento in cui la lingua stende una sua specifica rete su questa rete di oggetti, processi e ruoli, è inevitabile che metta in luce alcuni passaggi strategici e ne lasci nell’ombra altri. L’identità del pesce come animale libero e la sua identità come merce e cibo, ad esempio, sono distinte in spagnolo ma non in italiano . Il dato pertinente, però, è che gli aspetti lasciati in ombra rimangono accessibili come concetti: non sono significati lessicali, ma possono essere pensati e espressi linguisticamente, e rendono possibile la traduzione.
Un esempio significativo di anisomorfismo si trova nel lessico della finanza, dove all’italiano credito corrispondono in francese due termini, crédit e créance . All’interno della complessa rete di rapporti, obblighi e aspettative che caratterizza la transazione finanziaria, i due termini introducono prospettive di segno opposto. Crédit focalizza la somma effettivamente erogata dal creditore al debitore: in questo senso si parla, ad esempio, di crédit à l’exportation. Si tratta di una visione retrospettiva che porta su un dato reale. Créance, viceversa, focalizza la somma che il debitore deve al creditore: in questo senso si parla, ad esempio, di créance douteuse. Si tratta di una visione prospettiva che investe un dato non reale, oscillando tra una modalizzazione deontica – ciò che è dovuto – e una epistemica: ciò che forse sarà restituito.
L’anisomorfismo non si lascia facilmente ridurre, ma in compenso non ha ricadute serie sulla comunicazione interlinguistica. Se i singoli termini non hanno corrispondenti diretti nella lingua di arrivo, le relative aree concettuali e le pratiche e le istituzioni sulle quali poggiano sono largamente condivise o comunque confrontabili.

2.2. Omonimia e polisemia

L’omonimia è un fenomeno che investe il significante: i significanti di due parole distinte, con significati distinti, coincidono perfettamente nel suono, nella grafia o in entrambi. La polisemia, viceversa, è un fenomeno che investe il significato: il significato di una parola si estende e si ramifica in una confederazione di concetti interrelati.
L’omonimia è un fenomeno patologico, che sfida la funzione distintiva dei significanti e, spinta oltre una certa soglia, la comprometterebbe del tutto. La polisemia è un fenomeno fisiologico, funzionale, che permette di estendere la disponibilità di significati senza moltiplicare i significanti, valorizzando la capacità di selezione dei contesti d’uso e le strategie di creatività concettuale condivise dagli utenti, in particolare le relazioni metaforiche e metonimiche. È quello che succede quando la parola ala passa dall’ambito dell’anatomia degli animali all’aeronautica, all’architettura, al linguaggio dello sport e della politica. La relazione tra l’ala dell’uccelo e l’ala di un edificio, ad esempio, è di natura metaforica; la relazione tra l’ala come posizione nello schieramento di una squadra in campo e l’ala come giocatore che la occupa, invece, è di natura metonimica. Se la polisemia fosse una minaccia per la designazione e per la comunicazione, le nostre lingue, così come le conosciamo, sarebbero paralizzate, dato che la maggior parte dei lessemi sono polisemici.
Molti termini di specialità nascono come usi speciali di lessemi del lessico naturale: è il caso di trapianto nel passaggio all’accezione medica. L’estensione di significato, con la polisemia che ne segue, è dunque iscritta nell’atto stesso di battesimo di un buon numero di termini. Anche il procedimento di creazione – in questo caso l’estensione metaforica – è condiviso con il lessico naturale. Un fenomeno analogo si verifica quando un termine passa da un lessico di specialità a un altro.
Se in alcuni casi, ad esempio con trapianto, l’estensione metaforica è un fatto isolato, in altri casi procede ‘a sciame’: tutta una costellazione di concetti imparentati si sposta da un ambito a un altro. Nel lessico della degustazione del vino, ad esempio, la necessità di raggiungere un alto grado di precisione nel descrivere le mille sfumature di gusto e profumo dei vini porta a creare un’impressionante costellazione di termini metaforici, soprattutto aggettivi (ROSSI, 2009). Le principali aree di provenienza sono le proprietà e gli atteggiamenti degli esseri umani – austero, elegante, seducente, rugoso, aggressivo, espansivo, muscoloso – le forme di oggetti concreti - rotondo, piatto, spigoloso – e i materiali, in particolare la stoffa: setoso, vellutato, levigato.
L’omonimia è certamente una forma di patologia dell’espressione, e quindi un ostacolo potenziale alla comunicazione. Tuttavia, l’organismo linguistico è in grado al tempo stesso di tenerla sotto controllo e di tollerarla in quantità ridotte, e lo stesso vale nell’ambito della terminologia.
La polisemia, viceversa, oltre a essere ineliminabile, è una risorsa preziosa, per la terminologia come per il lessico naturale, del tutto priva di ricadute negative. L’idea che la polisemia rappresenti una minaccia per una designazione e una comunicazione univoche nasce da una confusione tra polisemia e ambiguità. Evitare l’ambiguità nella comunicazione specialistica a livello interlinguistico è forse l’obiettivo principale del progetto wüsteriano, e resta un obiettivo condivisibile. Ma sarebbe un errore fatale pensare che vada perseguito al prezzo di azzerare la polisemia.
La polisemia è una proprietà della parola isolata dall’uso e inventariata nel dizionario: in un certo senso, è l’effetto artificiale del lavoro di descrizione metalinguistica, in particolare della costruzione dei dizionari, che in linea di principio si mimetizza nell’uso. L’ambiguità, viceversa, è una proprietà dell’uso, e quindi di un’espressione complessa, tipicamente di una frase. La relazione tra i due fenomeni non è sistematica ma occasionale.
In particolare, la polisemia non è predestinata a tradursi in ambiguità. È un fatto empirico che un lessema polisemico presenta in linea di principio una distribuzione diversa per ogni accezione distinta, per cui il rischio di indecisione tra le diverse accezioni, e quindi di ambiguità, è un’eventualità marginale. Nelle frasi Il canale è disturbato e Dove si può attraversare canale?, ad esempio, la presenza del nome polisemico canale non genera ambiguità, in quanto ciacun uso seleziona una sola accezione pertinente. Solo in presenza di un predicato molto generale un nome può conservare nell’uso la sua polisemia, generando ambiguità, come in Non trovo il canale. Anche in casi come questi, tuttavia, la coerenza tematica del testo sarà in grado di ovviare all’ambiguità. Se un nome polisemico specializza il suo significato in relazione a schemi predicativi diversi, un verbo polisemico lo farà ricevendo argomenti distinti: tagliare la legna e tagliare i fondi, versare il vino e versare una somma di denaro non sono predicati ambigui.

2.3. Sinonimia

In una lingua naturale, i sinonimi non sono lessemi con significato identico, ma lessemi che presentano una differenza di uso, e quindi di significato, molto piccola. La differenza di significato non coinvolge in generale il potere di designazione, ma porta su implicazioni collaterali che possono andare dal tenore affettivo al registro e all’ambiente sociale nel quale ciascun lessema è usato. I lessemi micio e gatto, ad esempio, sono entrambi adatti per designare un gatto; tuttavia, micio si distingue da gatto perché, oltre a designare l’animale, segnala i sentimenti del parlante nei suoi confronti. Crepare e mancare, invece, presentano sia una differenza di registro, sia una differenza nell’ambito d’uso: mancare si usa solo per gli esseri umani. Questa premessa è essenziale per capire i caratteri specifici della sinonimia in terminologia.
La sinonimia andrebbe, in linea di principio, distinta dalla variazione. La sinonimia è un fatto lessicale. Parliamo di sinonimi quando più valori sono in competizione per designare uno stesso concetto o oggetto da angolature e con messe a fuoco diverse. La variazione, viceversa, è un fatto testuale in linea di principio privo di spessore concettuale, un’alternativa alla pura e semplice ripetizione nella messa in opera di complesse catene anaforiche e quindi in atti di designazione presupposti come equivalenti : «l’ipotesi che ci proponiamo di verificare è che, se la sinonimia è funzionale a livello semantico, la variazione denominativa sia funzionale a livello testuale» (MESSINA, in questa raccolta; si vedano anche DAILLE et alii, 1996; GIAUFRET, 2008).
In un lessico naturale, non c’è spazio per una sinonimia patologica, non funzionale. La situazione dei lessici di specialità, al confronto, è molto meno lineare e tranquillizzante. C’è sicuramente, in terminologia, una quota di sinonimia funzionale, giustificata in primo luogo sulla dimensione diastratica. Tuttavia, il dato più vistoso della sinonimia in terminologia è la presenza di dosi massicce di sinonimia patologica.
Una delle fonti più caratteristiche di sinonimia patologica è data dalle oscillazioni nella traduzione di termini, soprattutto se polirematici, complicata spesso dalla coesistenza delle diverse traduzioni con l’originale, adottato come prestito integrale o parziale (MASSARI, 2004). Tuttavia, nemmeno una tipica lingua fonte come l’inglese è al riparo da una potenziale «babélisation du langage» (JAMMAL, 1999: 233). Il linguaggio medico, ad esempio, «est peut-être le plus beau cas de prolifération synonymique que l’on puisse imaginer», come osserva JAMMAL (1999: 233). Il termine angioneurotic edema, ad esempio, «a de nombreux sinonymes: acute circumscribed edema, acute essential edema, angioedema, Bannister’s disease, giant urticaria, migratory edema, Milton’s disease, Milton urticaria, nonhereditary angioneurotic edema, Quinke’s disease, Quinke’s edema, etc.».
La sinonimia patologica non è uno dei difetti che la terminologia erediterebbe dai lessici naturali, ma una patologia incoraggiata dalle modalità stesse di formazione dei lessici di specialità, sconosciuta ai lessici naturali. A differenza dei lessici naturali, i lessici di specialità si arricchiscono prevalentemente grazie all’accumulo di scelte individuali sottratte al tacito ma severo controllo della comunità dei parlanti. Questo fatto, mentre favorisce la creatività nei meccanismi di formazione (ROSSI, 2009), apre le porte alla proliferazione patologica.
Quando la sinonimia è patologica, la distribuzione dei diversi termini è casuale, priva di un criterio di orientamento. Di converso, una distribuzione regolare e prevedibile dei sinonimi dovrebbe essere una spia attendibile di una specializzazione funzionale. Il caso più significativo si ha sul piano diastratico, in presenza di una differenziazione degli utenti elettivi di ciascun sinonimo sulla base di un diverso grado di specializzazione. La sinonimia fisiologica è funzionale all’uso e, di conseguenza, deve essere in qualche modo registrata dalle schede e dai repertori, così come è registrata nei dizionari delle lingue naturali. Come il lessicologo e il lessicografo, il terminologo prende atto dell’esistenza di paradigmi di sinonimi e cerca di ricostruire con precisione le motivazioni funzionali soggiacenti. Come scrive GAMBIER (1991: 8), «la dimension sociale est non seulement une dimension des technolectes, mais elle devrait être aussi partie intégrante de la théorie terminologique». Su questa premessa si è sviluppata la socioterminologia (TEMMERMAN, 2000), che si sforza di riportare la pluralità dei termini sinonimi alla stratificazione sociale degli utenti e ai diversi gradi di specializzazione. Indagare sistematicamente le motivazioni funzionali della sinonimia e correlarla con la stratificazione degli utenti, d’altra parte, non significa scegliere un male minore nell’impossibilità di una soluzione ideale. Viceversa, la prospettiva socioterminologica è il frutto maturo del riconoscimento delle radici della terminologia nel più generale uso linguistico, con il quale condivide le motivazioni funzionali.

3. Descrizione e normalizzazione

Il riconoscimento della natura testuale e sociale dei termini porta a ridimensionare in modo drastico il ruolo della normalizzazione in terminologia, e a sostituire, o almeno integrare, la spinta normalizzatrice con un atteggiamento descrittivo: nel caso della sinonimia, in particolare, porta a valorizzare la funzionalità della sinonimia rispetto alla stratificazione degli utenti. Al tempo stesso, la presenza a volte massiccia di una sinonimia patologica conferma e rafforza l’idea che la spinta normalizzatrice è ineliminabile: la ricerca terminologica e la pratica terminografica non possono non perseguire, almeno come ideale normativo, il massimo di univocità compatibile da un lato con il radicamento linguistico, e dall’altro con la stratificazione dei testi, delle situazioni e degli utenti. Ora, mi sembra che un’analisi linguistica fine sia in grado di fornire criteri solidi e affidabili a un progetto realistico e teoricamente fondato di normalizzazione, del tutto compatibile con una descrizione adeguata dei fatti empirici.
La descrizione empirica e la normalizzazione hanno oggetti, criteri ispiratori e scopi completamente diversi. Proprio per questo, non sono incompatibili, ma possono coesistere, a condizione che le loro differenze di ambito e di finalità siano esplicitate e rispettate.
La descrizione ha come oggetto i dati così come si danno all’osservatore, e si fonda sul loro rispetto incondizionato e disinteressato. Scopo della descrizione, e della teoria che le fornisce categorie e metodi, non è manipolare i dati, ma predisporre strumenti sempre più precisi per la loro analisi quanto più possibile esatta. La regola aurea dell’analisi descrittiva è formulata esplicitamente da HUSSERL (1913(1965: 50-51)): «tutto ciò che si dà originalmente nell’intuizione (per così dire in carne ed ossa) è da assumere come esso si dà, ma anche soltanto nei limiti in cui si dà».
La normalizzazione capovolge le gerarchie della descrizione. Al primo posto viene lo scopo da raggiungere sul piano pratico con un’azione interessata: nel caso della terminologia, la categorizzazione e la comunicazione univoca di concetti ben circoscritti a livello interlinguistico. I fatti così come si danno non sono rispettati ma manipolati in funzione del fine. Naturalmente, la manipolazione non è cieca, ma opera scelte motivate alla luce di un criterio
Nelle scienze umane, dove i fatti stessi sono comportamenti condivisi, identificati sulla base di finalità condivise, e cioè di funzioni, le due prospettive, anche se nettamente distinte in termini assiologici, si intrecciano e si confrontano nella complessità dei dati in un’interazione tanto conflittuale quanto ineludibile. Da un lato, la semplice presa d’atto della realtà empirica può portare alla legittimazione di pratiche funzionalmente patologiche e disgregatrici, allontanando la prospettiva di una loro correzione. L’italiano popolare, ad esempio, è certo un oggetto interessante da descrivere, ma è soprattutto un problema sociale che minaccia, prima ancora della comunicazione, la coesione della comunità dei parlanti. Sul versante opposto, una spinta normalizzatrice non può limitarsi a promuovere l’ideale ai danni del reale, ma deve fondarsi su uno studio disinteressato dei dati empirici. Per neutralizzare i rischi opposti del rispetto succube dei dati empirici e dell’azione cieca al dato di realtà, c’è un’unica strada: un’analisi rigorosa e metodologicamente illuminata dei fenomeni, che sappia discriminare i fatti funzionali, cioè i comportamenti giustificabili, dai fatti patologici, destinati a produrre entropia.
Un esempio di come un’analisi esatta di un fenomeno complesso in tutte le sue sfaccettature possa discriminare derive funzionali e derive patologiche, confuse sia da un’astratta spinta normativa, sia da una cieca idolatria del dato di fatto, viene dall’ambito delle lingue naturali, e in particolare dalla grammatica, e in particolare dall’uso delle forme oblique dei pronomi personali in italiano: si tratta della sovraestensione della forma obliqua maschile singolare gli da un lato a danno della forma femminile singolare le, e dall’altro a danno della forma plurale loro.
Da un punto di vista astrattamente normativo, entrambi gli usi appaiono devianti, e come tali da sanzionare. Se però applichiamo un criterio funzionale, i due usi si differenziano nettamente, e suggeriscono atteggiamenti pratici opposti. La sovraestensione verso il plurale possiede una solida ragione funzionale. Al plurale, i pronomi di prima e seconda persona hanno forme oblique atone distinte dalle forme toniche corrispondenti, con funzioni comunicative diverse. La forma di terza persona, viceversa, è priva della variante atona. Le forme Ho scritto a te, a lui, a voi, che presentano il pronome tonico in posizione di fuoco, si oppongono a Ti, gli, vi ho scritto, che presentano il pronome atono in posizione debole. Viceversa, le forme Ho scritto a loro e Ho scritto loro presentano entrambe il pronome in posizione di fuoco. I parlanti percepiscono questa lacuna come un difetto del paradigma grammaticale, che comporta la perdita di un’opzione sul piano espressivo e comunicativo. Per questo, la tendenza a estendere al plurale la forma atona del maschile singolare gli può essere interpretata come una spinta a completare il paradigma e a migliorare il suo rendimento funzionale: la forma Ho scritto a loro si oppone a Gli ho scritto.
La sovraestensione verso il femminile, viceversa, sollecita e in prospettiva sconvolge il sistema senza alcun beneficio funzionale, dal momento che la forma le, vittima della deriva, presenta le stesse caratteristiche funzionali di gli. La tendenza in atto porterebbe semplicemente alla perdita della distinzione di genere che è vitale e strategica nelle forme di terza persona in italiano come nelle lingue del mondo .
L’atteggiamento del terminologo verso la sinonimia dovrebbe essere guidato da un criterio analogo nel distinguere i paradigmi di sinonimi funzionali dai casi di proliferazione patologica e incontrollata. La sinonimia patologica dovrebbe idealmente sparire da una terminologia adeguata; la sua eliminazione è un obiettivo coerente, anche se non facilmente realizzabile nei fatti. La sinonimia funzionale, viceversa, deve essere riconosciuta nel suo valore di segnale della stratificazione sociale degli usi e descritta per quello che è. Non solo deve figurare all’interno delle schede e dei glossari, ma deve anche spingere alla creazione di strumenti adeguati al suo trattamento. La sinonimia è il terreno sul quale la spinta normalizzatrice si incontra con l’analisi linguistica, perché solo l’analisi linguistica può fornire il criterio di discriminazione tra sinonimia patologica e sinonimia funzionale.

4. Conclusioni

I lessici di specialità non sono sistemi di etichette neutre, ma segni che si formano nei testi di una lingua naturale. In quanto segni, i termini condividono con i lessemi delle lingue naturali un relativo ancoraggio endocentrico dei concetti, che si manifesta in fenomeni come l’anisomorfismo, l’omonimia, la polisemia e la sinonimia.
Per essere riconosciuto come tale, un termine non ha bisogno di una relazione biunivoca con un concetto: è sufficiente che sia riconosciuto come tale in un testo di specialità appartenente a un dominio dato. Questa banale osservazione apre i lessici di specialità alla polisemia: tanto una parola comune che un termine già istituito sono pronti a assumere in modo assolutamente non ambiguo un nuovo valore di termine in un testo appartenente a un dominio dato.
Un lessico di specialità circola in una società stratificata, dove gli specialisti puri coesistono con gli utenti non specializzati e con gli specialisti che con questi ultimi sono in contatto. Per venire incontro in modo adeguato alle diverse funzioni sociali, un lessico di specialità si stratifica in funzione della stratificazione degli utenti esattamente come un lessico naturale in funzione della stratificazione sociale dei parlanti. Sullo sfondo di queste osservazioni, la sinonimia diventa una risorsa funzionale.
Infine, i termini circolano tra le comunità linguistiche soprattutto grazie alla traduzione. Se una quota di anisomorfismo è il prezzo da pagare per la circolazione interlinguistica, una proliferazione incontrollata e patologica di sinonimi ne può essere la conseguenza indesiderata, sulla quale concentrare gli sforzi di normalizzazione. Una terminologia adeguata, capace di distinguere i fenomeni funzionali da fenomeni formalmente simili ma decisamente patologici, non solo fa posto a uno sforzo di normalizzazione, ma gli fornisce il necessario fondamento metodologico.
Se i termini non sono etichette esteriori di concetti isolati dalla loro incarnazione linguistica e dalla circolazione sociale, ma «multifaceted units», al tempo stesso «units of knowledge, units of language and units of communication», si giustifica l’idea di una «multidimensional theory of terminology» (CABRE’, 2003) aperta al contributo della liguistica e in particolare della lessicologia.
Il fine delle mie argomentazioni non è negare un confine disciplinare, ma mostrare che può essere attraversato nei due sensi, alla ricerca di suggerimenti e di proposte che possono portare giovamento tanto al terminologo che al linguista.
Il terminologo troverà certamente nella ricerca linguistica gli strumenti concettuali per far fronte ai problemi che la terminologia condivide con la lessicologia delle lingue naturali, e in particolare la polisemia nel suo rapporto con l’ambiguità, e la sinonimia nelle sue correlazioni con la stratificazione degli utenti. Inoltre, sarà spinto a inquadrare i problema delle nomenclature di specialità in uno studio più ampio dei testi di specialità, non solo a livello lessicale ma anche a livello grammaticale e testuale.
Il linguista potrà prendere a prestito gli strumenti metodologici e le risorse tecnologiche elaborate dai terminologi, che potrà applicare con profitto alla descrizione lessicale e alla compilazione di dizionari, e in particolare al trattamento dello strato di terminologia naturale presente in dosi massicce nel lessico di ogni lingua naturale.

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Pour citer cet article :

Michele PRANDI, Tra descrizione e normalizzazione: il termine come segno e la dipendenza dalla lingua., Atti Convegno Assiterm 2009, Publifarum, n. 12, pubblicato il 01/12/2010, consultato il 18/08/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=160

 

Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN électronique 1824-7482

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