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Can the Subaltern Play? Il gioco dell’identità in Prospero Caliban Cricket di J. Agard

Emanuele MONEGATO



Questo saggio ha come scopo principale quello di dimostrare come due tra i fattori fondanti della Englishness quali La Tempesta di Shakesperare e il gioco del cricket siano stati sapientemente rimodellati e reinterpretati dal poeta contemporaneo John Agard con il fine di concorrere ad una nuova definizione sia della stessa Englishness sia dell’identità caraibica.

Il testo di riferimento primario per quest’analisi sarà la poesia di John Agard Prospero Caliban Cricket (AGARD 1994)1, senza tralasciare La Tempesta shakesperiana in cui la lirica di Agard affonda le sue radici ma da cui allo stesso tempo si distacca per assumere vita e significati autonomi. Il testo poetico di Agard verrà utilizzato in questa analisi come punto di partenza e modello di studio culturalista che esula dal suo contesto letterario specifico in favore dell’esplicitazione della potenza simbolica e identitaria della lirica. Infatti, strizzando l’occhio sin dal titolo ad un noto saggio di G. C. SPIVAK2 (1995: 24-28), in cui l’Altro/il Subalterno è connotato dall’essere sottomesso nonché di sesso femminile, ritengo interessante portare a conoscenza come attraverso la lente di ingrandimento degli studi culturali e postcoloniali questa riscrittura delle dinamiche di potere narrate nella Tempesta shakespeariana, combinata con un uso simbolico del gioco del cricket, venga esaltata nella sua forza espressiva e nel suo potere di definizione identitaria.

Abbracciando quanto sostenuto da Ania LOOMBA (1998 e 2002), è necessaria una consapevolezza di base delle tendenze stilistiche di riscrittura postcoloniale della Tempesta per meglio contestualizzare la poesia di Agard all’interno di una consuetudine di rappresentazione delle dinamiche di potere shakespeariane in chiave postcoloniale. Per quanto riguarda sia le riscritture tout court che i relativi approcci critici, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si rileva una diffusa problematizzazione in chiave dialogica del rapporto tradizionale tra Calibano e Prospero, tra padrone e schiavo. In questo modo gli stereotipi delle dinamiche servili e autoritarie in termini di linguaggio e di situazioni narrative vengono analizzate, rielaborate e sviscerate rimanendo intorno al fulcro della rappresentazione culturale coloniale tradizionale. Al contrario, nel continente africano e nelle West Indies la Tempesta viene spesso decodificata come fosse soprattutto un mero locus del perpetuo conflitto tra colonizzatore e colonizzato, seppure attraverso la pratica diffusa di non rappresentare “Prospero as wisdom without cruelty and Caliban as monstrosity without humanity” (LOOMBA 2002: 161). L’isola diventa così un terreno fertile in cui ambientare nuovi naufragi e instaurare dinamiche relazionali innovative tra i protagonisti shakesperiani cercando di rimodellare la tradizionale caratterizzazione dei personaggi e fornendo nuove chiavi di lettura al testo originario.

Nato nell’odierna Guyana ed emigrato nel 1977 in Gran Bretagna, John Agard dipinge un vigoroso ribaltamento del rapporto colonizzatore/colonizzato tra Calibano e Prospero durante un match di cricket. La scelta di ambientare la poesia Prospero Caliban Cricket (AGARD 1994) su un campo da gioco e di dare allo sport del cricket un potere che va oltre una mera funzione di intrattenimento non è del tutto estranea alla tradizione3 pur muovendosi su un territorio poco frequentato soprattutto nell’ambito delle produzioni postcoloniali. Infatti, come sottolineato da Bale e Cronin “Compared with modes of representation such as literature, drama, poetry and dance, the world of sport has been largely neglected in postcolonial studies. At both local and global levels, however, sport has been profoundly affected by the colonial legacy” (BALE e CRONIN 2003: 124). Il poeta John Agard si dimostra convinto e consapevole della portata simbolica e globale dello sport e delle reti di interconnessioni politiche, economiche e culturali delle quali si fa portavoce, facendo diventare il gioco del cricket il mezzo attraverso il quale Calibano si riscatta socialmente andando a battere l’inglese Prospero sul suo terreno da gioco.

La dinamica servile coloniale viene ribadita, ma non perpetuata, negli appellativi che i due protagonisti della poesia si scambiano durante la lunga partita di cricket. Se da un lato Prospero era chiamato “master”4 prima dell’inizio della sfida, Calibano, pur essendo rimasto agli occhi dell’autore un “mere lad”5, non è più lo “knave”6 e il “serf”7 shakespeariano dalle sembianze mostruose e dagli atteggiamenti dimessi. Sempre rimanendo in ambito geografico, è interessante notare come pur non trovando nessun esplicito riferimento territoriale alla posizione del campo da gioco (lo stesso Shakespeare non ha fornito nessuna coordinata geografica precisa per la localizzazione della sua isola), appare chiaro che Prospero e Calibano di Agard stiano giocando in un’isola dei Caraibi (“a new-world archipelago”8), terra natia dell’autore. Scritta nella varietà di inglese correntemente usato in Guyana (si noti ad esempio l’uso di “de” al posto del determinativo “the”, il mancato utilizzo della –s alla terza persona singolare del presente indicativo – “Caliban see” –, piuttosto che variazioni ortografiche come in “douen” al posto di “doing” o “yuh” usato al posto del possessivo “your”), con ritmi9 e riferimenti culturali caraibici intervallati da rimandi semantici e lessicali al mondo del cricket britannico (come nel caso della contrapposizione ideale tra due divinità vudù, Zemi Bacoo e Duppy Jumbie, alla leggenda del cricket W. G. Grace), questa poesia descrive una lunga partita a cricket tra Calibano e Prospero da un punto di vista subalterno. Agard, in quanto migrante e colonizzato egli stesso10 che, come Calibano, “come from beyond de boundary”11, si riferisce alla Tempesta shakespeariana come ad una storia che non gli appartiene, una “yuh story”12 piuttosto che una “ my”13 o “our story”14. Al contrario, la trama della Tempesta rientra nel background delle conoscenze intertestuali dell’implied reader di Agard, come pure dello stesso Prospero, non solo in quanto personaggio diretto della Tempesta (egli in realtà è il duca di Milano, il vero motore dell’intreccio shakespeariano) elevato da Agard a simbolo della Englishness e rappresentante ideale di tutti gli Inglesi, dei colonizzatori.

La partita di Prospero e Calibano è dunque uno scontro simbolico tra due nazioni e due gruppi etnici, prima di essere un match tra due individualità definite. A livello stilistico, è chiara sin dal titolo della lirica l’importanza attribuita al gioco del cricket; inoltre, verbi (“batting”15, “bowling”16…), sostantivi (“slip”17, “bat”18…) e collocazioni linguistiche semanticamente legate all’ambito del cricket (“arching the ball”19, “appeal for light”20…) vengono integrate nel testo poetico per cadenzare il veloce ritmo della poesia e soprattutto per descrivere lo svolgersi effettivo della partita. Prospero è alla battuta, mentre Calibano è al lancio della palla sin dai primi versi della poesia. L’azione è descritta come se fosse ripresa alla moviola. Il lettore entra nei pensieri dei due giocatori riuscendo a tenere sottocontrollo l’andamento della partita: prima dell’inizio del match Prospero è convinto che Calibano sia un giocatore inesperto in quanto il cricket è “the game”21, il gioco inglese per eccellenza (e dunque scritto con la corretta ortografia anglossassone), e invoca le gesta di W. G. Grace, affinché gli venga risparmiato un effetto di rimbalzo della palla e, quindi, un sicuro punto a suo sfavore. In contrapposizione a quest’evocazione salvifica, nonché a ribadire la diversa provenienza geografico-sociale dei due atleti, Agard sottolinea che, pur avendo la possibilità di invocare due divinità vudù per determinare il punteggio della gara, Calibano decide di fare affidamento sulle sue sole abilità di giocatore conferendo alla pallina una velocità e un effetto di sicura vincita.

E’ giunto il momento del lancio: Calibano scaglia un tiro infuocato e Prospero non può far altro se non sperare che Shakespeare sia l’arbitro della partita (è interessante notare come tra i neologismi formulati da Agard, il poeta decida di forgiare in quest’ultima fase la parola “umpire” che gioca sul doppio significato di arbitro e di impero coloniale) piuttosto che invocare una pausa nel match causata da una tempesta di neve, alquanto improbabile in Guyana. Limitando l’analisi stilistico-semantica della descrizione del match di cricket tra Prospero e Caliban, ritengo di maggiore importanza ai fini di questo saggio concentrarsi sulla valenza politica e identitaria che assume la sfida tra i due personaggi shakespeariani. Iniziando a mettere in rilievo il messaggio di Agard da un punto di vista linguistico-semantico è importante ribadire il tenore linguistico22 della contrapposizione di ruolo e potere sociale tra “master”23 e “serf”24 inframmezzato anche a livello grafico dal vocabolo “POWER”25, slogan che la folla esprime durante la fase di preparazione del tiro di Calibano. Un lancio, questo, che dovrà essere sì energico in termini agonistici, ma nello stesso tempo vigoroso in termini simbolici. Calibano, infatti, procedendo a grandi passi sul tappeto erboso, si riempie i polmoni di “carib glow”, dell’essenza della sua nazione, ed esprime questo sentimento di rivalsa e di autodeterminazione26 in un lancio come infuocato che si tramuta nella vittoria contro l’inglese Prospero. E’ solo alla fine della partita che le dinamiche coloniali dipinte da Shakespeare nella sua Tempesta vengono ribaltate simbolicamente per assumere una nuova valenza di autodeterminazione, non solo da parte di Calibano, ma dell’intera popolazione caraibica:

Is cricket is cricket in yuh ricketics

But from far it look like politics (AGARD 1994)

Il legame tra sport e politica sottolineato da questi due versi della poesia, che Agard ripete in alternanza ritmica e concettuale, continua con le diverse fasi del match che evidenziano come la posta in gioco tra Calibano e Prospero non sia solo una rivalsa personale ma anche, “from far”27, una questione di interesse globale. E’ proprio nel momento del lancio di Calibano che la Englishness viene attaccata, e intaccata, usando e riscrivendo una delle sue componenti principali: da gioco dei colonizzatori, il cricket diventa il terreno in-between (BHABHA 1994: 206) della rivalsa e dell’autodeterminazione dell’identità caraibica che si fa propria delle regole del gioco per sfruttarle contro la predominanza culturale coloniale, contro quel fardello dell’uomo bianco (cfr. KIPLING 1899) che ha dato legittimazione teorica all’approccio coloniale anglosassone durante la sua espansione territoriale.

Il cricket, sin dalla sua nascita databile intorno al 1344 (risalgono a questa datazione alcune rappresentazioni pittoriche del gioco del club ball, l’antenato del cricket, con una donna in ricezione, un uomo in battuta e un esiguo pubblico) e soprattutto in epoca vittoriana, ha assunto una connotazione cultural-moralistica a simbolo del carattere cristiano anglosassone, della Englishness, estendibile a tutte le sfere della vita privata e pubblica di un individuo. Maguire e Stead riassumono questa interdipendenza tra Impero Coloniale, gioco del cricket e Englishness:

In the habits of male upper class Englishness, cricket embodies the qualities of fairplay, valor, graceful conduct on and off the pitch and steadfastness in the face of adversity. Cricket is seen to represent what “England” is and gives meaning to the identity of being “English”. The sport fixes “England” as a focus of identification in English emotions. (MAGUIRE e STEAD 1996: 17)

Il cricket, dunque, è un “system of ethics and morals” (SANDIFORD 1994: 1)28 che Agard, per mezzo di Calibano, rimaneggia e utilizza con maestria contro la predominanza culturale inglese nelle West Indies.

Nel 1840, il cricket è stato definito come “gioco nazionale inglese” da Lord William Lennox (SANDIFORD 1998: 22) ma, a soli diciassette anni da questa concisa dichiarazione, si ha una testimonianza culturale più rilevante dell’interdipendenza tra gioco del cricket e identità nazionale all’interno del romanzo The Brown’s Schooldays di Thomas Hughes. Nel 1830 Tom Brown, uno dei protagonisti del romanzo, sostiene che il cricket al pari del Rugby football29 non sia solo un gioco, bensì un’istituzione. A questa affermazione segue un’interessante conversazione sulla valenza simbolica del gioco del cricket tra Arthur, amico di Tom, e l’allenatore della loro squadra di Rugby football:

“Yes, […] the birthright of British boys old and young, as habeas corpus and trial by jury are of British men.”

“The discipline and reliance on one another which it teaches is so valuable, I think, went on the master, it ought to be such an unselfish game. It merges the individual in the eleven; he doesn’t play that he may win, but that his side may.”

“That’s very true," said Tom, "and that’s why football and cricket, now one comes to think of it, are such much better games than fives or hare-and-hounds, or any others where the object is to come in first or to win for oneself, and not that one’s side may win.”

“And then the captain of the eleven!” said the master. (HUGHES 1999: 395)

Nella prima battuta di questa conversazione, il cricket viene equiparato all’habeas corpus britannico, uno dei caratteri fondanti del diritto anglosassone a garanzia delle libertà individuali contro l’azione arbitraria dello stato, per poi diventare, con lo sviluppo storico della rete coloniale, condizione sine qua non per un’inclusione reale nell’Impero Britannico e basilare caratteristica della Englishness. E’ interessante notare come la conversazione continui attribuendo al cricket un’importante funzione aggregante, nonché simbolica: il giocatore che batte o riceve non è solo, ma rappresenta una squadra o una popolazione, come accade a Calibano negli intenti di John Agard.

Come ha sostenuto Pelham Warner, capitano della nazionale inglese di cricket, nonché segretario del Marylebone Cricket Club: “Cricket has become more than a game. It is an institution, a passion, one might say a religion. It has got into the blood of the nation, and wherever British men and women are gathered together, there will be the stumps be pitched” (citato in BRADLEY 1990: 15). Secondo Warner, l’aggettivo “British” è dunque correlato con un doppio legame al gioco del cricket: se da un lato Warner sottolinea come il cricket sia intrinseco all’identità britannica e assuma un carattere di tipo religioso esulando da una semplice funzione ludica, dall’altro si sottintende un’esclusiva e privilegiata appartenenza nazionale per chi pratichi questa attività. In accordo teorico con quanto sostenuto da Warner è lo scrittore Robert Henderson che, in un articolo apparso sullo Wisden Cricket Monthly intitolato “Is it in the Blood?” (HENDERSON 1995), afferma come gli scarsi risultati ottenuti dalla nazionale inglese di cricket nei primi anni novanta siano da attribuire alla provenienza geografico-culurale dei suoi giocatori. Giocatori nati al di fuori del Regno Unito o che hanno passato l’infanzia in stati diversi dalla Gran Bretagna non possono essere considerati “British” e, quindi, non possono avere lo stesso livello di responsabilità e impegno di un “genuine English player” in quanto “Is that desire to succeed instinctive, a matter of biology?” (HENDERSON 1995: 10). Se dunque essere “British” significa conoscere, apprezzare e saper giocare in modo corretto a cricket, di conseguenza secondo Henderson, solo chi conosce, apprezza e sa giocare a cricket può definirsi “British”: è solo a questa presunta differenza biologica e culturale tra chi è inglese e chi non può definirsi tale che il controverso scrittore inglese rimanda gli scarsi risultati della nazionale inglese di cricket.

Questa divisione culturale e sociale su base biologica ha generato nel mondo del cricket e nell’opinione pubblica britannica una serie di reazioni a catena: dopo l’articolo di Henderson molti giocatori hanno minacciato di far causa allo scrittore; si è costituito il movimento di lobby Hit Racism for Six con lo scopo di combattere le discriminazioni razziali nello sport e l’allora capitano della nazionale di cricket, Michael Atherton, ha dato le dimissioni da membro della redazione del Wisden Cricket Monthly, il mensile dove Henderson ha pubblicato le sue teorie. Pur senza arrivare a considerare il gioco del cricket come il risultato di teorie biologiche deterministiche su base razziale, è necessario pensare al cricket come una marca distintiva della Englishness che spesso viene citata come discriminante nell’attribuzione di significato all’identità, sia essa britannica, coloniale o estranea a queste due categorie. Ad esempio, Marqusee sostiene che “For the English it is a point of pride that Americans cannot understand cricket… for the Americans, everything they took, until recently, to be “English” – tradition, politeness, deference, gentle obscurantism – seems to be epitomised in cricket” (MARQUSEE 1998: 15). A differenza di quanto avviene per gli Americani, spesso il successo sul campo di cricket è stato per le popolazioni caraibiche motivo di orgoglio culturale e di rivendicazione politica. Riflettendo sul record mondiale ottenuto dal battitore di Trinidad Brian Lara nel 1994, Chris Searle ha scritto che “(Lara) touched the collective brain and heart of a dispersed people and fuelled their unity and hope […] it transcended a historically-charged confrontation between the ex-colonizers and the decolonized. Now the Caribbean was born on both sides” (SEARLE 1995: 32-33): le West Indies sono dunque (ri)nate e (ri)conosciute grazie al gioco del colonizzatore inglese che viene superato dalla maestria del colonizzato.

BECKLES (1995: 37) afferma che i primi riferimenti al gioco del cricket nelle West Indies si trovano nella Barbados Mercury and Bridgetown Gazette nel giugno del 1806 e con l’annuncio di una cena al St. Ann’s Cricket Club nel gennaio del 1807. Due anni dopo, sempre nella Barbados Mercury and Bridgetown Gazette, venne pubblicizzata una partita di cricket tra gli ufficiali dei Royal West Indies Rangers contro gli ufficiali del Third West Indian Regiment esaltando l’importanza del St. Ann’s Garrison Cricket Club e delle forze armate nell’organizzazione dei primi match di cricket dei Caraibi. La storia del cricket nelle West Indies è sì “a tale of gradual supplanting of whites by blacks on the field and in society” (YELVINGTON 1990: 2), ma soprattutto un percorso tortuoso che si snoda tra dominazione e rapporti di subordinazione, colonial rule e autodeterminazione dei popoli, tra Calibano e Prospero. C.L.R. JAMES (1983) individua all’interno di questo percorso tre punti saldi attorno ai quali ruotano la maggior parte delle riflessioni sul rapporto tra il gioco del cricket e le West Indies: in primo luogo si sottolinea come a partire dal 1900 (data del primo tour delle West Indies nel Regno Unito) la composizione etnica e sociale delle squadre di cricket caraibico si modifichi fino ad avere nel 1960 il primo capitano non bianco del West Indian Test Team, Frank Worrell, avvenimento che ne consacra una supremazia sportiva de facto a partire dall’indipendenza politica caraibica. In secondo luogo, è da notare come il progresso sportivo delle squadre di cricket non sia stato solo un riflesso dello sviluppo economico della società, ma che abbia anche direttamente stimolato la nascita di un’autocoscienza politico-nazionalista nelle West Indies. Alcuni studiosi sostengono infatti che solo durante le partite di cricket contro gli Inglesi, i giocatori di Barbados, Guyana e Trinidad e Tobago abbiano iniziato a percepire un’identità caraibica condivisa, oltre ogni particolarismo insulare30a carattere storico. James accenna a un terzo motivo di tipo economico-razziale attorno al quale si sviluppano riflessioni sul cricket, ipotizzando una sorta di dualismo interno alla pluralità delle società caraibiche e allo stesso gioco del cricket, quello che individua un’élite di bianchi facoltosi in contrapposizione con la massa della popolazione caraibica. Secondo James, queste due anime hanno da sempre coabitato all’interno della storia del cricket caraibico con metodi, scopi e finalità diverse, a volte scontrandosi e a volte interagendo in maniera creativa, ma senza mai fondersi davvero. Tutto ciò prosegue fino all’epoca contemporanea, quando il cricket, pur mantenendo la sua forma inglese, viene “creolizzato”31 nell’essenza, rinvigorito cioè con una nuova specificità caraibica che affonda le sue radici in quasi due secoli di storia.

Nelle West Indies, come sostiene il sociologo Dominic MALCOM (2001), si evidenziarono tre principali ragioni per lo sviluppo del gioco del cricket: innanzitutto il cricket permetteva alla potente élite bianca coloniale di dimostrare lealtà incondizionata nei confronti della Corona Inglese giocando in suo nome; in secondo luogo, le performance sul campo da gioco permettevano di dimostrare simbolicamente che il caldo dei tropici e la contaminazione culturale non avrebbero mai portato ad una degenerazione degli alti valori britannici della Englishness. Infine, con l’abolizione della schiavitù nel 1838, il cricket servì a distanziare l’élite bianca dagli “uncivilized indigenes” spostando sul campo da gioco la colonial rule (MALCOM 2001: 265). Per lungo tempo dopo l’abolizione della schiavitù il cricket fu considerato un gioco di e per militari, ma ben presto gli abitanti delle colonie iniziarono ad essere integrati nelle partite ricoprendo ruoli marginali e ben definiti: “[Blacks] performed restrictive roles. At first they were “allowed” only to bowl and retrieve batted balls during practice sessions” (YELVINGTON 1990: 2). A tal proposito, Loy e Elvogue hanno iniziato intorno al 1970 una serie di studi per riscontrare come questa divisione prestabilita dei ruoli sia una costante in molti sport di squadra: queste analisi hanno portato alla luce una distribuzione etnica non omogenea che prevede una maggiore concentrazione di giocatori provenienti da gruppi etnici minoritari in ruoli periferici all’interno delle dinamiche dei diversi sport.32 Il cricket, comunque, diventa lentamente sinonimo e mezzo di inclusione sociale per i sudditi dell’ex Impero Coloniale inglese. A livello pragmatico, passi significativi successivi a questo iniziale inserimento dei caraibici nelle partite della milizia coloniale sono stati la creazione di club espressamente dedicati all’etnia caraibica in seguito all’abolizione della schiavitù e la conseguente dinamica di erosione di potere simbolico iniziata con l’istituzione dei primi tornei per sole squadre caraibiche, come quello tra Demerara e Barbados nel 1865.

Per quasi un secolo, lo sviluppo del cricket nelle West Indies ha seguito questa linea di erosione simbolica di potere politico fino ad arrivare al periodo dell’indipendenza dalla madre patria. Al contrario di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, con l’indipendenza, il cricket ha continuato a fiorire dimostrando di avere radici che affondano in sentimenti più profondi di quelli legati a una semplice espressione pro o anticoloniale. Le ragioni di questo suo continuo germogliare sono da rintracciare nella penetrazione del gioco dei colonizzatori all’interno del tessuto culturale dei colonizzati, ovvero all’assimilazione del cricket da parte delle culture ex-coloniali fino a renderlo una delle componenti basilari che concorrono alla formazione identitaria caraibica.

Le identità nazionali monolitiche, come poteva essere definita storicamente la Englishness, quando entrano in rapporto con culture differenti si modificano e si modellano secondo esigenze dettate dalla circostanze storico-culturali arrivando a mutare fin nella propria essenza. E’ possibile dunque utilizzare come primo passo nelle conclusioni a cui questo saggio vuole arrivare quanto sostenuto da Khonder: “[our] so-called “national cultures”, notwithstanding the claims of the fervent nationalists, are not so national any more, as if it ever was” (KHONDER 2008: 1). La consapevolezza dello studioso è da considerarsi vincente da un punto di vista pragmatico, nonché sotto la lente di ingrandimento degli studi culturali e del concetto di identità come qualcosa in divenire, se essa è integrata con quanto viene sostenuto da Guha: “The institutions that keep us together are those bequests of the British: the civil service, the army, the railways, and cricket” (GUHA 2007: 12). Questo non significa che la specificità caraibica sia stata cancellata durante la dominazione coloniale, ma al contrario è segno di una consapevolezza, sebbene postuma, dell’importanza culturale di questa parentesi coloniale. La cultura dei colonizzati è entrata in contatto con la cultura dei colonizzatori riscrivendola all’interno di una specificità caraibica, facendola propria sia su un piano simbolico che pragmatico. E’ all’interno di queste dinamiche simboliche che il gioco del cricket continua a mantenere una vitalità ideologica: una sorta di vendetta allegorica su un campo da gioco comune e paritario dove il Regno Unito può (finalmente) essere battuto. Secondo la definizione di decolonizzazione come “dialogue with the colonial past, and not a simple dismantling of colonial habits and modes of life” (APPADURAI 1996: 86), il gioco del cricket ha ragione di esistere come rapporto dialogico codificato in cui Calibano può battere Prospero usando le regole che ha imparato e che gli sono state imposte dai colonizzatori.

Concludendo, è possibile rispondere positivamente alla domanda rimodellata sulla questione sollevata da SPIVAK (1995: 24-28) e riformulata nel titolo di questo saggio. Calibano può, e deve, giocare a cricket. Agard, infatti, risponde in maniera positiva al quesito sottolineando implicitamente la fluidità della cultura contemporanea e del processo di definizione identitaria, capace di appropriarsi di due elementi fondanti dell’identità britannica come Shakespeare e il gioco del cricket per farli diventare “a vehicle of resistance, a source of emancipation and self-essertion” (KHONDKER 2008: 10).

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Notes

↑ 1In ambito postcoloniale le dinamiche di potere tra Calibano e Prospero sono al centro di numerose rappresentazioni culturali, si ricordi ad esempio Lamming 1991.

Ecco di seguito il testo completo del poema:

Prospero batting

Caliban bowling

And is cricket in yuh ricketics

But from far it look like politics

Caliban running up

From beyond de boundary

Because he come

From beyond de boundary

If you know yuh history

Prospero standing

Bat and pad

Thinking Caliban is a mere lad

From a new-world archipelago

And new to the game

But not taking chances

Prospero invoking de name

Of W.G. Grace

To preserve him

From a bouncer to the face

Caliban if he want

Could invoke duppy jumbie

Zemi bacoo douen all kinda ting,

But instead he relying

Just pon pace and swing

Caliban arcing the ball

Like an unpredictable whip

Prospero foot like it chain to de ground.

Before he could mek a move

De ball gone thru to de slip,

And de way de crowd rocking

You would think dey crossing de atlantic

Is cricket is cricket in yuh ricketics

But from far it look like politics.

Prospero remembering

How Caliban used to call him master.

Now Caliban agitating the ball faster

And de crowd shouting POWER

Caliban remembering

How Prospero used to call him knave and serf.

Now Caliban striding de cricket turf

Like he breathing a nation,

And de ball swinging it own way

Like it hear about self-determination

Is cricket is cricket in yuh ricketics

But from far it look like politics

Prospero wishing

Shakespeare was the umpire,

Caliban see a red ball

And he see fire

Rising with glorious uncertainty

Prospero front pad forward with diplomacy

Is cricket is cricket in yuh ricketics

But from far it look like politics

Prospero invoking

De god of snow,

Wishing a shower of flakes

Would stop all play,

But de sky so bright with carib glow

You can’t even appeal for light

Much less ask for snow.

Is cricket is cricket in yuh ricketics

But from far it look like politics

↑ 2“If in the context of colonial production the subaltern has no history and cannot speak, the subaltern as female is even more deeply in shadow” (SPIVAK 1995: 24)

↑ 3Si noti solo ad esempio il film Lagaan di Ashutosh Gowariker che ha portato alla ribalta culturale mondiale il rapporto tra cricket e colonizzazione ricevendo una nomination come miglior film in lingua straniera dall’Academy Award nel 2001 (GOWARIKER 2001).

↑ 4“Padrone”, “signore”, “proprietario”.

↑ 5“Semplice ragazzaccio”.

↑ 6“Canaglia”, in Early Modern English di Shakespeare.

↑ 7“Servo”.

↑ 8“Un arcipelago del Nuovo Mondo”.

↑ 9Lontano dall’essere definito un dub-poet, Agard utilizza nella sua Prospero Caliban Cricket (AGARD 194) un ritmo variegato grazie ad accenti ritmici sempre in posizioni diverse all’interno dei versi, rime baciate o incrociate che si alternano a versi con rima interna e ripetizioni, piuttosto che versi con un andamento lento e descrittivo che si contrappongono a versi brevi e dal ritmo sostenuto.

↑ 10John Agard è emigrato in Gran Bretagna nel 1977 dove ha lavorato come poet in residency alla BBC (BBC Education's Windrush season, in occasione del 50° anniversario dell’arrivo della nave MV Empire Windrush al porto di Tilbury) e al National Maritime Museum di Greenwich. Dal 2002 la sua poesia “Half-caste” (divenuto in seguito un rozzo appellativo per persone di nazionalità mista) è inclusa nella AQA English GCSE anthology.

↑ 11“Arriva da oltre il confine geografico e/o limite dell’area di un campo da cricket”.

↑ 12“Tua storia”.

↑ 13“Mia”..

↑ 14“Nostra storia”.

↑ 15“Essere alla battuta”.

↑ 16“Essere alla ricezione”.

↑ 17Area del campo da cricket dove si trovano i giocatori.

↑ 18Mazza da cricket.

↑ 19“Dare un effetto alla palla da cricket”.

↑ 20Chiedere la sospensione di una partita di cricket per mancanza di luce.

↑ 21“Il gioco”.

↑ 22Con il termine tenore linguistico si indica: “[…] the component that refers to the relations subsisting between the people involved in the situation. Language use varies according to who is speaking to who, and what roles and status these people have vis-à-vis one another” (TAYLOR 1998).

↑ 23“Padrone”, “signore”.

↑ 24 “Servo”, “schiavo”.

↑ 25“Potere”, “potenza”, “forza”.

↑ 26“National consciousness, which is not nationalism, is the only thing that will give (…) an international dimension” (FANON 1967: 199) Prendendo spunto da quanto sostenuto da BHABHA (1990: 4), Agard sta cercando di rappresentare questa dimensione internazionale “both within the margins of the nation-space and in the boundaries in-between nations and peoples”.

↑ 27“Da lontano”.

↑ 28Per approfondire la visione del cricket come gioco portatore di alti valori della Englishness si faccia anche riferimento a MARTIN-JENKINS: 1994.

↑ 29Variante del gioco del football insegnata alla Public Rugby School, istituto maschile frequentato dai protagonisti del romanzo di Thomas Hughes.

↑ 30 Una data chiave per questo nuovo sentimento di appartenenza può essere senza dubbio il 1950, quando le West Indies sconfissero per la prima volta il Regno Unito sul suolo inglese grazie ai battitori Worrell, Weekes e Walcott, da allora chiamati epicamente “le tre W”. In seguito a questa vittoria, la canzone Cricket Lovely Cricket, contenuta nell’album London is the place for me, venne composta da Lord Beginner, uno degli spettatori al match della vittoria caraibica. Per approfondire l’avvenimento sportivo del 1950, si faccia riferimento a PHILLIPS 1999.

↑ 31Per le teorie sulla creolizzazione del cricket si vedano in particolare: BREATHWAITE 1971 e MINTZ-PRICE 1976.

↑ 32Si faccia riferimento ad esempio a MALCOM 2001 e COAKLEY 1997: 282-362.

Pour citer cet article :

Emanuele MONEGATO, Can the Subaltern Play? Il gioco dell’identità in Prospero Caliban Cricket di J. Agard, Les Caraïbes: convergences et affinités, Publifarum, n. 10, pubblicato il 15/02/2009, consultato il 12/12/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=84

 

Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
Open Access Journal - ISSN électronique 1824-7482

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