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L'insegnamento dell'italiano agli studenti universitari stranieri: formazione culturale e integrazione sociale

Francesco DE NICOLA


Questo contributo* riguarda un aspetto settoriale e relativamente recente della funzione formativa dell’Università italiana: quella intesa a fornire agli studenti stranieri la conoscenza della nostra lingua come occasione indispensabile non solo per seguire con maggiore profitto i corsi tenuti in italiano, ma anche e soprattutto per integrarsi con i cittadini del nostro Paese e con altri studenti stranieri provenienti da Paesi diversi dai propri.

È ben noto che negli ultimi venti anni il volto della popolazione italiana si è progressivamente modificato e arricchito di nuovi connotati tanto che, come risulta dall’annuario ISTAT 2014, il 7,4 % (poco meno di 4.400.000 unità) è costituito da stranieri e nel solo2012 il loro numero è aumentato di 335.000 unità. La cifra (approssimata per difetto, perché non è facile computare i non rari casi di clandestinità) può sembrare alta, ma di fatto così non è, a tener conto anche dei sempre più numerosi rimpatri di stranieri conseguenti alla crisi economica che sta attraversando l’Italia (alcuni Paesi, come ad esempio l’Ecuador, promettono incentivi per favorire i rientri), ma anche considerando che l’emigrazione di massa ha sempre fatto segnare grandi numeri: nel 1913 i nostri connazionali partiti per l’estero furono oltre 873.000 e cioè circa due volte l’intera popolazione di Roma di quegli anni.

All’interno del massiccio fenomeno migratorio che ha investito l’Italia negli ultimi decenni (ricordo ancora che nei censimenti del 1991 e del 2001 gli stranieri immigrati erano stati complessivamente 625.000 e 1.335.000 e dunque meno della metà degli attuali) si dovrà porre il crescente numero di studenti stranieri che s’iscrivono alle nostre università e non solo a quelle di Perugia e Siena, create espressamente per loro, ma anche in genere a gran parte degli atenei del nostro Paese. Dal 2004 al 2012 il numero degli studenti stranieri, comunitari ed extracomunitari, iscritti nelle università italiane è salito da 23.000 a 80.000 unità (poco meno del 4% del totale), cifre comunque lontane dai 550.000 studenti stranieri delle università inglesi e dai 250.000 di quelle tedesche. Si tratta d’immigrazioni studentesche che inizialmente hanno spesso un carattere di provvisorietà (in realtà l’emigrante quasi sempre auspica di tornare nei luoghi delle sue radici, meglio se dopo aver fatto fortuna, come ha raccontato Cesare Pavese nei versi di I mari del Sud) e tanto più adesso, quando le possibilità di trovare lavoro in Italia sono scarse per tutti i neolaureati, nostri connazionali o stranieri che siano (secondo Almalaurea nel 2013, a un anno dalla laurea, risulta occupato il 44% dei laureati, ma ci sono forti oscillazioni tra i diversi corsi di studi); resta comunque il fatto che non sono pochi i laureati stranieri, soprattutto medici e tecnici che, dopo aver seguito i nostri corsi universitari, si sono stabiliti in Italia (il 10,2 % degli stranieri stabilitisi nel nostro Paese è costituito da laureati, non lontano dal 12,5% complessivo degli italiani), così come non sono pochi gli studenti stranieri che mentre frequentano i nostri Atenei (o talora ahimè non li frequentano, dopo aver tuttavia ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di studio) svolgono lavori più o meno regolarizzati, rappresentando il numero più alto di quanti poi abbandonano o saranno fuori corso.

Occorre ricordare che l’afflusso di studenti stranieri in Italia risponde a motivazioni piuttosto varie: dalle più ovvie – frequentare un’università italiana che gode di prestigio, dove già nel passato hanno studiato connazionali tornati in patria per svolgervi con successo le loro attività professionali (per decenni, ad esempio, questo è accaduto a molti giovani greci che frequentavano la Facoltà di Medicina dell’Università di Genova) o anche frequentare corsi specifici inesistenti nei propri Paesi – più complesse: da quelle di carattere sociale (per molte famiglie cinesi mandare i figli a studiare in Europa è un simbolo di prestigio, tanto che spesso le destinazioni non sono scelte da loro ma da mediatori che hanno rapporti di affari in diverse città d’Europa e dunque anche d’Italia) a quelle di carattere politico, che riguardano studenti di Paesi soggetti a regimi totalitari e che dunque vengono in Italia come scelta di vita democratica, un po’ come avvenne negli anni del fascismo a Mario Soldati, imbarcatosi nel 1929 con grande entusiasmo per frequentare a New York la Columbia University, secondo quanto leggiamo nel suo avvincente resoconto narrativo America primo amore (1935).

E proprio la ricchezza e non univocità delle motivazioni che spingono tanti studenti stranieri a iscriversi nelle nostre Università è la probabile ragione del loro flusso continuo e crescente, che di fatto va a contrapporsi al progressivo calo degli iscritti italiani recentemente registrato da Alma laurea, cheinforma che nel 2014 il 30% dei neodiplomati non si è iscritto all’Università.

Rivolgendo in particolare l’attenzione all’Università nella quale lavoro, quella di Genova, che è di medie dimensioni, contando in totale circa 32.000 studenti, il numero delle matricole italiane negli ultimi tre anni è sceso da 6152 a 5335, pari al 13%, in meno, mentre ha raggiunto il 23% il calo complessivo degli iscritti, con una leggera ripresa nell’anno in corso, i cui rilevamenti non sono però ancora definitivi. A fronte di questi dati in passivo, l’ateneo genovese registra invece una costante presenza di circa l’8% di studenti stranieri (che è la terza percentuale in Italia, con l’esclusione ovviamente delle Università per Stranieri di Perugia e Siena), ma soprattutto una crescita continua di nuove iscrizioni di studenti stranieri, le cui matricole di corsi triennali sono passate dalle 282 dell’a.a. 2012-13 alle 295 dell’a.a. 2013-14 alle 395 dell’anno accademico 2014-15, i cui dati peraltro non sono ancora definitivi, e alle quali saranno comunque da aggiungere i 58 nuovi iscritti a lauree magistrali, i 12 al Conservatorio Musicale e i 30 dottorandi attivi presso l’Istituto Italiano di Tecnologia per un totale dunque di 495 nuovi studenti stranieri.

Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici; e se pure occorre correttamente considerare che alcuni sono giunti a Genova perché non accolti in prove a numero programmato svoltesi in altri atenei e dunque come seconda scelta; e se ancora, come nel già indicato caso dei cinesi, l’approdo nella città ligure non è stato conseguente ad una consapevole scelta, tra le ragioni indicate dagli studenti stranieri in questo orientamento verso il capoluogo ligure emergono: la dimensione media della città e conseguentemente della sua Università per questo preferita ad altre più affollate; la sua ubicazione sul mare e la vicinanza di luoghi turistici, quali le Cinque Terre e Portofino, di notorietà internazionale; la tradizione del proprio Paese di andare a studiare in questa Università; la presenza di precisi indirizzi di studi molto apprezzati e scelti in prospettiva di una formazione di eccellenza (molti cinesi s’iscrivono al corso di Design dell’ex Facoltà di Architettura) e infine una generale buona accoglienza e una costante attenzione per gli studenti stranieri. E proprio in quest’ambito, tenendo conto che il compito formativo istituzionale di un’Università aperta alle diverse e più varie culture riguarda ovviamente anche i suoi studenti stranieri, a partire dall’a.a. 2011-12 è stata avviata l’attività della Scuola di lingua e cultura italiana per stranieri dell’Università degli Studi di Genova, da me progettata e attualmente diretta, all’origine della quale è la consapevolezza che ogni integrazione tra persone di origini differenti è possibile solo attraverso la comunicazione e dunque la diretta conoscenza della lingua del luogo dove si è scelto di andare a vivere e a studiare o lavorare. Questo vale per gli studenti delle Università italiane, ma vale in genere per tutti gli immigrati, tanto è vero che in alcuni Paesi europei – cito l’esempio della Norvegia – solo agli stranieri che hanno regolarmente frequentato con documentato profitto corsi della lingua nazionale viene concessa la possibilità di cercare (e lassù fortunatamente di trovare) un lavoro, nel cui svolgimento allora non risulterà loro problematico comunicare ed integrarsi con la popolazione locale.

Sempre l’annuario ISTAT 2014 informa che gli ospiti delle carceri italiane sono per il 35% cittadini stranieri e se è certo che alcuni sono immigrati per svolgere attività illecite soprattutto nello spaccio di sostanze stupefacenti e nella delinquenza comune, non sono però sicuro che si tratti di persone che tutte sono state messe nella condizione, o anche costrette, ad integrarsi con la popolazione italiana attraverso l’effettiva conoscenza della nostra lingua, in mancanza della quale tendono a ghettizzarsi e frequentare solo propri connazionali, non preoccupandosi di vivere nella legalità; perché se è vero che dalla fine del 2010 la legge Maroni richiede agli stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo, analogamente a quanto stabilito da tempo da altri Paesi europei, la conoscenza dell’italiano fino ad un livello A2 (il secondo su una scala di 6 stabiliti dal Quadro Comune del Consiglio d’Europa), è anche vero che la frequenza dei corsi dalla durata di sole 40 o 60 ore organizzati e non sempre affidati a docenti altamente specializzati non è obbligatoria e che le prove di certificazione, predisposte dal Miur, sono da anni oggetto di riserve da parte delle istituzioni che si occupano specificamente di questi problemi, come le Università di Siena, Perugia e Roma 3 e la Società Dante Alighieri. La buona conoscenza dell’italiano da parte degli immigrati, che siano lavoratori o studenti, è dunque prima di tutto un problema sociale e di ordine pubblico; e così è da sempre, anche a difesa dello stesso immigrato, al quale può capitare di subire disagi e talora condanne proprio per la mancata conoscenza della lingua del Paese dove si è trasferito: la vicenda di Sacco e Vanzetti credo che sia un insegnamento da tenere sempre presente.

La Scuola di Lingua e Cultura Italiana dell’Università di Genova si propone dunque di svolgere a un tempo una duplice funzione sociale e culturale; la prima tende ad aiutare gli studenti nella loro realtà quotidiana di cittadini ospiti di un altro Paese, dove la conoscenza della lingua risulta indispensabile per superare le esigenze giornaliere che implicano rapporti con la popolazione locale; la seconda tende a far meglio comprendere le lezioni impartite in lingua italiana, i libri da studiare e poi agevolare il superamento degli esami, scritti e orali, difficoltà queste che nel passato determinavano una percentuale vicina al 50% di abbandoni degli studi dopo il primo anno da parte degli stranieri, con conseguente spreco dei benefici loro concessi dal diritto allo studio che, al primo anno, tiene conto solo della situazione reddituale. Ma vi è poi un altro obiettivo che i due precedenti riassume e cioè l’intento di creare l’occasione per gli studenti stranieri delle più diverse provenienze (sono circa 50 i Paesi d’origine degli studenti stranieri dell’Università di Genova) anche di rapportarsi tra loro, pur appartenendo a realtà culturali molto differenti, in modo da stabilire contatti proficui e pacifici forse impossibili in altre situazioni; è per me motivo di grande soddisfazione vedere che quest’anno, nel corso delle lezioni d’Italiano, in una classe lavorano insieme in piena armonia tre studenti israeliani ed altrettanti palestinesi, così come negli anni passati è capitato sovente di far vincere la naturale tendenza all’isolamento degli studenti cinesi e vederli discorrere in italiano con arabi o sudamericani.

Ma tutto ciò è al passo coi tempi, voglio dire con tempi segnati troppo spesso da ingiustificati eccessi di predominio linguistico della lingua inglese anche nelle nostre Università? È noto che questo fenomeno di provinciale sudditanza linguistica induce ministri della Repubblica italiana ad usare espressioni come Jobs act, spending review o choosy che hanno non meno efficaci parole italiane corrispondenti, così come è noto che nelle Università italiane si richiede la competenza non di un valutatorebensì di un referee (con i conseguenti orribili “referato”, che si trova nel sito del Miur per definire un lavoro sottoposto a valutazione, e l’ancor più orribile “referaggio”, neologismo mostruoso nato non da un suffisso in dialetto napoletano del verbo avere bensì dall’anglicizzazione del latinissimo verbo refero e dell’altrettanto latina desinenza –aticus, divenuta in lingua d’oc – age e quindi tornata nel nostro volgare come - aggio). È noto peraltro che in un numero crescente di atenei italiani si svolgono lezioni in lingua inglese e talora si giunge a pronunciare in inglese la formula che conferisce il diploma di laurea, procedura sulla cui liceità ha espresso forti dubbi recentemente il prof. Francesco Sabatini, uno dei maggiori studiosi di Storia della Lingua Italiana. Del resto sappiamo che la decisione del rettore del Politecnico milanese di adottare esclusivamente l’inglese nei corsi di laurea magistrale è stata annullata dal Tar della Lombardia, affermando che “il carattere ufficiale della lingua italiana ne determina il primato in ogni settore della vita di Stato”; in seguito, in attesa del pronunciamento del Consiglio di Stato sollecitato avverso la decisione del Tar, la Statale milanese ha tuttavia avviato per quest’anno accademico 32 corsi magistrali in inglese.

La corsa ad acciuffare studenti stranieri attraverso l’esca dell’elezione dell’inglese come lingua internazionale per le lezioni e dunque comprensibile ad allievi di ogni provenienza, se può essere accettata e motivata per corsi a carattere tecnico-scientifico con una terminologia settoriale anglosassone, cozza contro due evidenti ostacoli, il primo dei quali costituito dalla scarsa conoscenza dell’inglese da parte degli studenti ospiti, tranne ovviamente quelli, come gli indiani, provenienti da Paesi dove la conoscenza della lingua inglese risale a secoli addietro; così non è, però, ad esempio per i cinesi, per gli arabi e per gli ispanofoni, per i quali in gran parte dei casi l’inglese è una lingua poco e male conosciuta.

Un tale orientamento linguistico spiccatamente anglofilo sarebbe pure plausibile in Paesi nei quali la lingua e la cultura nazionale avesse scarso riscontro internazionale, ma così non è per l’Italia, la cui lingua sta conoscendo in questi anni una fase di notevole diffusione, tanto da essere divenuta la quarta/quinta lingua studiata nel mondo; è recente la notizia che in Russia dal 2016 l’italiano (al pari del cinese) sarà ammesso come quinta lingua straniera da portare all’esame di maturità, così come nel 2013 negli Stati Uniti c’è stato un incremento annuale del 20% nei corsi di lingua italiana, in Egitto il numero degli studenti d’italiano nelle superiori è salito negli ultimi tre anni da 20 a 100 mila, così come nei Cinque continenti sempre nel 2013 sono state circa 600.000 le persone che hanno studiato la nostra lingua, che attualmente risulta parlata da 11 milioni di stranieri, uno dei quali è un argentino molto illustre e molto amato che da qualche anno vive a Roma e che lo usa spesso nei suoi discorsi all’estero anche in Paesi non neolatini come la Corea, facendosene così prezioso testimone.

La diffusione dell’italiano corrisponde poi in modo non troppo marginale ad alcuni settori dell’attività produttiva e commerciale (come risulta dall’intervista rilasciata a Paolo Motta sul Corriere della Sera del 17 dicembre 2013 da Alessandro Masi, Segretario Generale della “Dante Alighieri”), ma riflette soprattutto l’attenzione rivolta dall’estero all’Italia come Paese della cultura, dell’arte e, per usare un’espressione non per nulla tanto apprezzata negli Stati Uniti, Paese della grande bellezza. L’italiano, insomma, sta conoscendo una fase di forte espansione, della quale peraltro proprio tra noi c’è scarsa consapevolezza e alla quale si attribuisce colpevolmente scarsa importanza per le sue ricadute economiche (è nella norma che il giapponese che studia italiano vorrà poi venire in Italia come turista e la sola presenza degli studenti statunitensi in Italia ogni anno fa registrare una loro spesa di 645 milioni di euro), tanto che si sta assistendo ad una progressiva chiusura degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, ormai ridotti a soli 80 (e ai quali spetterebbe il compito, peraltro in gran parte disatteso), di organizzare corsi nella nostra lingua per studenti stranieri che intendono iscriversi ad Università italiane come prescrive l’art 27 delle Norme sull’ammissione e la frequenza degli studenti extracomunitari nelle Università Italiane); fortunatamente gli ormai sempre meno numerosi Istituti Italiani di Cultura sono compensati dai circa 400 Comitati della gloriosa “Società Dante Alighieri” diffusi nei cinque continenti, che vi svolgono un’opera preziosa di diffusione e conservazione (presso i nostri emigrati) della lingua e della cultura italiana. Va peraltro ricordato che questo meritorio sodalizio, la cui fondazione risale al 1889, ha ricevuto nel 2014 un contributo del Ministero degli Affari Esteri di ben … 550.000 euro, a fronte delle decine di milioni di euro ricevuti dai rispettivi governi dalle analoghe società spagnole (la “Cervantes”) e francesi (l’Alliance française); ma questa è la conseguenza della sordità degli italiani di fronte alle potenzialità, anche commerciali, connesse alla diffusione della propria lingua e che trova pieno riscontro anche in Parlamento, come ha ricordato con profondo rammarico il sottosegretario agli Esteri Mario Giro nel riferire che non si è esitato a tagliare le già misere spese destinate a questo capitolo. Lo stesso sottosegretario è stato tra i più convinti organizzatori della convocazione a Firenze il 21 e 22 ottobre 2014, per conto della Farnesina, degli Stati generali della lingua italiana nel mondo, riferendo nel suo intervento le azioni di promozione della nostra lingua all’estero, dove s’impone con la forza della cultura e non con l’imposizione del potere politico (come avvenne per il francese di Napoleone) o economico (come accade per l’inglese-americano dei nostri tempi).

Il problema della difesa della nostra lingua, come prima accennato, riguarda paradossalmente anche il mondo universitario, dove l’insegnamento dell’italiano agli studenti stranieri non è previsto per legge (per assurdo deve conoscerlo un operaio straniero che lavora in una nostra fabbrica, ma non uno studente di un nostro ateneo) e dunque nella maggior parte dei casi il suo studio nei nostri atenei è facoltativo, di breve durata o a pagamento. Sarà allora interessante tener conto degli esiti del convegno “L’uso delle lingue nell’insegnamento e nella ricerca universitaria: passato, presente, futuro” svoltosi a Firenze il 26 e 27 settembre 2014, le cui conclusioni – che si leggono nel resoconto di Paolo Di Stefano uscito su “Lettura” del Corriere della Sera del 5 ottobre 2014, - si possono sintetizzare in questi tre punti:

  1. Nella gran parte dei Paesi l’uso delle lingue nell’insegnamento anche universitario è regolato da leggi dello Stato che, pur prevedendo l’inglese, confermano l’obbligatorietà e la prevalenza della lingua nazionale. Le eccezioni sono parziali e riguardano i gradi di studio più elevati (master e dottorati), ma sempre in convivenza con la lingua nazionale;

  2. L’esperienza dimostra che l’inglese dei non anglofoni è per lo più povero o talmente specifico da risultare poco comprensibile agli altri anglofoni e in particolare ai nativi;
  3. Gli specialisti delle più diverse provenienze chiedono che venga assicurata la migliore formazione possibile nelle lingue dei singoli Paesi.

In proposito il prof. Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, auspica che anche in Italia – come è accaduto recentemente persino nei Paesi Baltici - si facciano leggi (ma la citata riflessione di Mario Giro non incoraggia troppo) che affrontino il problema, poiché pare che proprio “noi italiani siamo i più accaniti nemici della nostra lingua. Corriamo dietro al mito dell’internazionalizzazione – afferma Marazzini - trasformandola subito in burocrazia: quanti studenti si riescono ad attirare con l’inglese? Seguendo questo criterio ci sono stati atenei che hanno pagato il soggiorno a studenti cinesi venuti da noi per fare il concorso di dottorato. Non importa la qualità, ma la quantità. Sostenendo che non si deve certo demonizzare l’inglese, ma limitarne l’uso ai casi necessari richiesti da corsi di studio dal linguaggio “bloccato” e formulistico (come matematica, fisica, chimica ed elettronica), Marazzini osserva infine che “in Germania le università non rinunciano certo al tedesco – in realtà quella di Monaco di Baviera ha avviato corsi in inglese suscitando vivacissime reazioni -, tantomeno in Francia al francese”; da noi invece si assiste ad un’esterofilia talmente provinciale che nelle valutazioni dei concorsi universitari le pubblicazioni in lingua straniera su una rivista straniera valgono di più, come pure se hanno un coautore straniero;si sancisce così, conclude con amarezza Marazzini, “l’inesistenza dello spazio della cultura italiana”, quella cultura che all’estero viene invece tanto spesso celebrata e comunque apprezzata. E val la pena di ricordare che la neodirettrice del Cern, lodata pubblicamente dal presidente Napolitano nel suo discorso di Capodanno 2014, Fabiola Gianotti, ha studiato a Milano frequentando il liceo classico dalle Orsoline e poi si è laureata in Fisica alla Statale nel 1984; non le era stato dunque necessario seguire corsi in inglese per conquistare tante competenze e tanto prestigio; e del resto anche la cosiddetta “fuga dei cervelli” all’estero è determinata dall’alta competenza dei nostri laureati nelle rispettive discipline imparate in Università italiane nelle quali, salvo rari e motivati casi, la formazione si è svolta nella nostra lingua.

Tornando dunque agli studenti stranieri che giungono in Italia spesso digiuni della nostra lingua, l’Università di Genova ha ritenuto doveroso svolgere un compito al tempo stesso sociale e culturale, avviando nel 2011

l’attività di una sua Scuola di Lingua e Cultura Italiana per Stranieri sottoponendo subito le matricole a un test di valutazione della loro competenza in lingua italiana e offrendo poi gratuitamente a quanti non lo superano (tra l’85 e l’80%) corsi tenuto da docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano L2 a livello universitario che passano dalla durata di 40 ore per i meno carenti alle 200 per i più bisognosi di miglioramento.

Il maggior numero di studenti stranieri che frequentano l’università di Genova proviene dalla Cina (un centinaio circa ogni anno) e le loro competenze in italiano, anche se spesso già vi si erano avvicinati nel loro Paese o in altre Università Italiane, sono alquanto limitate (quest’anno solo 5 hanno superato il test iniziale, mentre lo scorso anno erano stati 7); occorre però aggiungere che essi sono poi per lo più diligenti nella frequenza dei corsi, dando un’interpretazione assai rigorosa della loro identità di studenti, anche se molti non sanno resistere al richiamo del Capodanno cinese per partecipare al quale giungono poi ad assentarsi anche un paio di mesi.

Il secondo Paese estero presente nell’ateneo genovese è il Camerun, che quest’anno è rappresentato da 31 studenti del primo anno, ben 16 dei quali hanno superato il test inziale, con un esito largamente positivo (questo non è certo una novità rispetto agli anni precedenti). Va ricordato che il Camerun è lo Stato africano con il maggior numero di studenti presenti nelle università italiane (e il quinto in assoluto), passati dai 778 del 2003 ai 2327 del 2009, con un totale di 1252 laureati; ciò accade a seguito di un accordo siglato tra i due Paesi già nel 1960, a seguito del quale in tre università statali del Camerun viene studiato l’italiano dai giovani locali, che mostrano particolare facilità nell’apprendimento delle lingue europee (per ragioni storiche francese e inglese vi sono diffusamente conosciute); questo interessante fenomeno è stato oggetto di approfonditi studi, quali i saggi La proposta teorica dell’integrazione del testo letterario nell’insegnamento/apprendimento dell’italiano LS in Camerun e L'insegnamento/apprendimento dell'italiano in Camerun. Le ragioni di una dimensione formativa di Bikitik Hyppolite Mathias dell’Università di Maroua usciti rispettivamente nel numero di febbraio 2011 delle riviste “Epistemologie e metabletiche” e “Laboratorio Itals” con altri utili interventi di Paolo Balboni e Marco Mezzadri.

Questa favorevole situazione non si ripete però per altri Paesi che mandano i loro studenti nelle nostre Università e in particolare in quella di Genova dove, tra i 61 idonei al primo test di conoscenza della lingua italiana, si registrano bassi livelli (3 unità) di provenienza da Ecuador, 2 da Spagna, Ucraina, Congo, Germania, Francia, Repubblica Dominicana, Albania, Russia, Somalia, Perù e Romania e 1 da Libano, Repubblica Ceca, Vietnam, Grecia, Marocco, Togo, Serbia e Slovacchia. Ma se sono stati 3 gli Ecuadoriani subito idonei, ben 19 son risultati non idonei, così come a fronte dei 2 Albanesi idonei ne son risultati non idonei 14; totalmente insufficienti sono risultati i 27 tunisini, mentre a un russo idoneo ne sono corrisposti 8 non idonei, fenomeno del resto verificatosi anche negli anni passati quando però sono stati proprio gli studenti russi, ucraini e bielorussi quelli che prima e meglio hanno poi migliorato, frequentando con impegno e assiduità i corsi della Scuola d’italiano, le loro competenze nella nostra lingua, spesso anche quando originariamente erano praticamente nulle.

Il buon funzionamento della Scuola di Lingua e Cultura Italiana dell’Università di Genova, supportato dall’indispensabile lavoro svolto dal Servizio Accoglienza Studenti Stranieri e dalla collaborazione dei referenti delle cinque Scuole nelle quali è diviso l’ateneo del capoluogo ligure, e poi confluita per ragioni amministrative, pur conservando la sua identità, nel Centro Linguistico di Ateneo fondato dal prof. Sergio Poli e da lui avviato ad un’attività meritoria e qualificata, è per grandissima parte merito della piccola squadra dei docenti che vi insegnano, tutti forniti di una preparazione scientifica di alto livello, di competenze specifiche elevate e tutti con numerosi anni di esperienza nell’insegnamento dell’italiano a stranieri; e tutti nell’Università rigorosamente precari. Essi infatti sono reclutati ogni anno attraverso un bando nazionale molto selettivo e, con qualche inserimento o qualche defezione, si ritrovano già ad ogni agosto a preparare il primo test per la data dei primi di settembre fissata dal Miur. Qualcuno si domanderà perché, con tanti meriti, essi siano ancora precari.

La risposta è molto semplice: l’impegno da loro profuso nella formazione e poi nel perfezionamento e quindi nella crescente attività didattica presenziale (inutile sottolineare che l’insegnamento a distanza di una lingua a classi disomogenee di studenti stranieri con storie culturali l’una diversa dall’altra non può che dare risultati modesti), questo impegno didattico, appunto continuo e imprescindibile, ha limitato la loro possibilità di fare ricerca e di mettere insieme quelle pubblicazioni che, all’interno di discutibili mediane e di metodi di valutazione non sempre inappuntabili, costituiscono il viatico per entrare a far parte oggi della classe dei docenti universitari italiani, nel cui novero finiscono spesso, come nel caso delle recenti tornate di idoneità, studiosi di provata competenza, ma sulle cui capacità di trasmissione del sapere nessun accertamento però viene svolto. Tutti noi conosciamo eccellenti ricercatori che risultano poco capaci di insegnare (per anni, come componente della commissione paritetica della mia Facoltà, ho dovuto prendere atto di giudizi impietosi sulle qualità didattiche espressi dagli studenti nei questionari di valutazione a danno di colleghi dotati di indiscutibili qualità scientifiche). E allora proprio la precaria condizione dei docenti della Scuola d’italiano per stranieri dell’Università di Genova mi fa tornare alla memoria il dibattito sollevato nel 1980 dall’approvazione della legge 382 che aveva creato la figura dei Ricercatori universitari, il cui primo articolo vietava di conferire loro incarichi d’insegnamento e assegnava loro il compito esclusivo di sviluppare la ricerca. Ciò equivaleva a introdurre nella nostra Università un duplice e non necessariamente conciliabile ruolo: quello del ricercatore e quello del docente, entrambi necessari e funzionali alla nostra maggior istituzione culturale. Naturalmente vi furono subito i favorevoli ed i contrari, i quali peraltro un poco per volta presero il sopravvento; e se è vero che i Ricercatori rimasero a lungo estranei al corpo docente (ricordo il caso di una ricercatrice sottoposta a procedimento disciplinare perché aveva osato anteporre al suo nome la definizione professoressa in un invito a una conferenza), tuttavia qualche anno dopo si cominciò ad assegnare loro compiti di cosiddetta didattica integrativa e poi vere e proprio supplenze o affidamenti, per finire con corsi ufficiali veri e propri, finché la legge 230 del 2005 non dispose la messa ad esaurimento del ruolo entro il 2013, poi anticipata al 2011 con la creazione della figura del Ricercatore a tempo determinato. La svolta del 1980 con la doppia figura di pari dignità del docente e del ricercatore era dunque stata annullata, eppure è da dimostrare che si trattasse di una disposizione inutile o dannosa, a meno che non si consideri dannosa perché impediva di accentrare in unico ruolo, come accade ora, chi svolge attività di alta ricerca e chi si dedica alla docenza, compiti altrettanto dignitosi e fondamentali per intendere un’Università che non identifichi la ricerca come fucina di libri e articoli scritti in anni di lavoro con l’obiettivo finale di essere letti – e possibilmente apprezzati – dai tre o cinque commissari che dovranno decidere l’esito dei concorsi dei loro autori. In questo quadro non poco preoccupante, i docenti della Scuola di Lingua e Cultura Italiana dell’Università di Genova, mancando un ruolo riservato a chi ha scelto l’attività docente attraverso percorsi di formazione complessi con successive occasioni di perfezionamento, sembrano destinati a restare nel limbo del precariato, fino a che, bene inteso, non troveranno altre occasioni meno effimere per mettere a frutto le proprie competenze; e di queste una potrebbe essere la tardiva istituzione nelle scuole primarie e secondarie di specifiche cattedre di insegnamento dell’italiano agli alunni stranieri (che sono il 10 % del totale e provengono da oltre 200 Paesi), come ha assicurato il ministro Giannini proprio in apertura dei già ricordati Stati generali della lingua italiana. Ma proprio la necessità che tra i compiti formativi dell’Università italiana rientri anche quello di avviare un processo d’integrazione e interazione tra studenti stranieri delle più diverse provenienze, rende auspicabile che l’esperienza compiuta dalla Scuola/Laboratorio dell’Università di Genova per favorire la migliore conoscenza della nostra lingua da parte degli studenti stranieri venga estesa anche ad altri nostri atenei, nella convinzione che il cammino per consolidare la comunicazione pacifica tra i popoli passi anche dalla conoscenza della lingua di Dante.

* Rielaborazione della relazione presentata alla Giornata internazionale di studi “Ricerca scientifica e formazione”, Milano, Università Cattolica, 23 gennaio 2015.

Pour citer cet article :

Francesco DE NICOLA, L'insegnamento dell'italiano agli studenti universitari stranieri: formazione culturale e integrazione sociale, Du labyrinthe à la toile / Dal labirinto alla rete , Publifarum, n. 26, pubblicato il 31/05/2016, consultato il 23/04/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=352

 

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