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Come eravamo

Rosa GALLI PELLEGRINI


Un giorno di fine febbraio o ai primi di marzo, in tarda mattinata, mitica Aula Uno. Se la contendevano tutti i docenti.
Anche quella mattina il nostro professore di Letteratura Francese era convinto di tener desta l’attenzione di una trentina di ragazze iscritte al suo corso illustrando loro le interessanti peculiarità della critica secondo Sainte-Beuve. Nome già difficile da pronunciare, figuratevi il resto.
Verso l’ultimo quarto d’ora di lezione, quando le gambe cominciavano già a formicolare e una lieve sensazione di disagio si insinuava nei visceri delle astanti, la porta dell’aula venne socchiusa e vi si affacciò un ragazzo. Soltanto la testa: una chioma di capelli castani, un sorriso che metteva in mostra una chiostra di denti bianchi aguzzi e sani come quelli di un cane giovane, due occhi color cobalto. Girò lo sguardo sulla platea come per accertarsi di non aver sbagliato aula e poi orientò i due fari in direzione della cattedra:
“Permesso?”
Il professore s’interruppe nel bel mezzo di una citazione bibliografica e girò uno sguardo incredulo verso la porta. Il ragazzo sorrise di nuovo e si scusò:
“Mi scusi, professore, sono in ritardo.”
“E’ in ritardo – confermò serio il professore e da quel gran signore che era non commentò nulla. Proferì un invito, in verità sibilato:
“Entri e vada a sedersi.”
Il ragazzo allora aprì la porta ed entrò: era in divisa militare, divisa che gli stava parecchio bene e metteva in risalto un gran bel fisico. Trenta teste e sessanta occhi femminili si volsero verso il nuovo arrivato. Voglio pensare che fosse soltanto perché era il solo uomo - di sesso maschile, intendo dire, oltre al professore - ad essere presente nell’aula.
Mentre il docente riprendeva con cura e severità la sua esposizione critica, il giovane cercò un posto libero, lo trovò, provò a farsi notare il meno possibile e si sedette accanto a me. Ci guardammo sorridendo, mi fece un cenno abbassando il capo e poi, probabilmente imbarazzato dalla presenza di una donna di età fra tutte quelle ragazzine fresche di liceo, cercò un modo per salutarmi:
“Ciao – disse e poi esitò – ... signora!”
Da quel giorno cominciò la nostra lunga amicizia, sincera, affettuosa, scherzosa e un po’ complice.
Correva l’anno 1967 e tutto era tranquillo: noi di lingue eravamo ancora un corso di laurea in Lettere e Filosofia con dei piani di studio blindati. I professori dispensavano cultura nei loro insegnamenti magistrali dall’alto delle cattedre, gli assistenti lavoravano sodo a svolgere i corsi istituzionali, i lettori curavano la lingua, i bidelli fornivano sottobanco le cosiddette dispense, gli alunni temevano gli esami.
Nel corso dei mesi si erano formati dei gruppi che studiavano assieme: in casa mia ci riunivamo con Patrizia Scarsi, Rita Caprini, la Doriguzzi (detta Dori Ghezzi). Ognuno di noi aveva poi la sua vita privata: io con marito e figlie piccole, le ragazze con le loro storie. Sergio, lui, era la Primula Rossa: appariva e scompariva senza dare spiegazioni, si sapeva che stava facendo il suo servizio militare e io sapevo anche che aveva una complicata storia d’amore. Ma questo sia detto fra noi. E fra noi va anche detto che Sergio ha avuto da sempre la capacità di mettersi nei guai. Ne è prova il fatto che ha finito per fare il Preside, non so se mi spiego!
A lui devo il merito di aver superato la prova scritta in latino: una versione da un improponibile autore cinquecentesco, cosa sulla quale avevo tristemente fallito in prima battuta, io che venivo da un liceo scientifico. All’appello successivo ebbi la fortuna di avere Sergio seduto nella fila accanto alla mia. Conservo ancora il vocabolario di latino sul frontespizio del quale, opportunamente aperto e voltato verso di me all’insaputa del cerbero che vigilava su di noi, Sergio mi aveva tradotto i passi più difficili! E così superai la famigerata prova. Guardate un po’ cosa ci facevano fare, a quei tempi!
L’anno accademico successivo si aprì con qualche movimento premonitore di futuri sconvolgimenti. Novità nei programmi ministeriali per quanto riguardava noi iscritti al corso di lingue, cioè l’insegnamento delle lingue, e un diffuso scontento fra gli altri studenti. Si istituirono delle assemblee in cui si metteva in discussione – udite, udite! – l’operato dei docenti ormai classificati come “baroni”. I moderati pensavano di produrre un giornale di informazione. Intanto emergevano nomi di giovani docenti che dirigevano le proteste, altri giovani studenti si mettevano in mostra convinti che il loro intervento fosse quello decisivo per cambiare una volta per tutte lo stato delle cose. Si fecero degli scioperi (“astensione dalle lezioni” venivano chiamati dalle autorità), si formarono dei cortei che sfilarono per le vie della città. Sfilammo anche noi, braccio sottobraccio a personaggi che, qualche tempo dopo, ebbero un ruolo più che sospetto negli anni di piombo. Alcuni, e i meno furbi, ci lasciarono anche la pelle! Ma a quel tempo eravamo convinti di essere dalla parte della ragione e, specialmente, eravamo sicuri di noi.
Poi venne il Sessantotto e le cose cambiarono: ... per alcuni in meglio: intanto in termini di permissività in generale, di contestazione dei legami familiari soffocanti, di incontrollato sviluppo della propria creatività – per chi l’aveva –, di libero scambio affettivo e sessuale. Fu occupata la Facoltà, si bivaccò a destra e a manca. Ci fu anche molta allegria.
Ma non mancarono momenti pericolosi, come quel giorno in cui sul corrimano della scalinata del palazzo di piazza Interiano, a quel tempo ancora di proprietà della Reale Mutua, giovani “ignoti” applicarono dei candelotti di dinamite o come quell’altro giorno in cui sempre i giovani ignoti misero a soqquadro le sedi dell’Istituto di Inglese e di Storia dell’Arte. Fu in quella occasione che il nostro professore di Letteratura Francese mi ammonì severamente: “Vada a casa, signora, Lei ha famiglia”, e non sapeva che mio marito osservava le mie velleità rivoluzionarie seguendomi per Piazza dell’Annunziata con una scacciacani in tasca convinto di difendermi in caso di pericolo. Poi ci si mise anche la polizia, ci proteggemmo dalle manganellate lungo la via Balbi. Cercò di calmare gli animi il povero professor De Felice e se le prese anche lui. Il resto, lo conoscete tutti.
Sergio era scomparso: poi si seppe l’anno dopo che era a Bordeaux con una borsa di studio, città dalla quale tornava a casa periodicamente. E in uno di quei ritorni si confidò con me “Mi sto per sposare, che ne pensi?” mi chiese. Gli illustrai lungamente l’ennesimo guaio nel quale si stava per cacciare ma, per sua fortuna, non mi diede retta. In seguito fece i documenti necessari e si sposò con lo zio della ragazza che aveva conosciuto a Bordeaux. Per procura, ovviamente, perché la ragazza era tornata in Argentina dai suoi, i quali non la lasciavano andare in Europa se non aveva un marito che l’avesse legittimamente impalmata. Pensate voi come eravamo a quei tempi! E così Iris venne a Genova, fu una gioia per tutti noi e la combriccola si allargò.
Intanto nel ‘69/70 le assemblee, le occupazioni, i sit in si moltiplicavano nelle Facoltà intorno a Via Balbi. Molti docenti preferivano non opporsi agli eventi e chiudevano i loro Istituti. Invece per quanto riguardava i corsi di Francese si continuava a fare lezioni nelle aule di Piazza Interiano, il più delle volte interrotte da comitati di occupanti che ne contestavano la legittimità. Particolarmente temuti dai cattedratici erano uno studente che si presentava con un elmo da vichingo in testa e un altro che si portava dietro un cagnone bianco (in verità più che innocuo, anche se piuttosto puzzolente!). Qualcuno si ricorderà i loro nomi, forse. In quelle occasioni la nostra assistente di allora, Cecilia Rizza, faceva tranquillamente sgomberare l’aula dai suoi studenti per ripresentarsi altrettanto tranquillamente all’ora successiva a fare lezione quando i protestatari si erano ritirati nella loro roccaforte di Via Balbi. Perché Cecilia Rizza era così, una roccia!
Noi dovevamo essere una buona annata perché Cecilia ci aveva preso sotto la sua ala. A quei tempi gli esami erano complessi e articolati: prima una prova di lingua scritta che, se superata, dava accesso agli orali. Poi la lingua orale, l’esame di letteratura generale (e guai a non sapere tutto il Lagarde et Michard del periodo), finalmente il corso magistrale. Cecilia ci preparava con professionalità e passione. Era già una delle più competenti specialiste del periodo barocco, di cui allora non molti si interessavano, e ci iniziò ad un periodo letterario francese che pochissimi di noi conosceva. Ci insegnò anche ad insegnare: “Io vi insegno il metodo – ci diceva – voi poi potete applicarlo quando e dove volete, anche in cucina a preparare le torte!” Ma ci preparò a ben altri successi, lei che badava ad alzare sempre le medie degli esami, ovviando al costante malumore del nostro Professore e venendo in aiuto dello studente in difficoltà quando il malcapitato stentava a ricordare alla perfezione la bibliografia del corso magistrale.
Poi alla fine del terzo anno arrivarono le assegnazione delle tesi di laurea. Il Professore aveva la fissa dei critici ottocenteschi, così a Patrizia Scarsi toccò Renan, a Sergio toccò Hyppolite Taine. A me, chissà perché andò meglio e mi ero già tuffata nella poesia di Anna de Noailles. Ho ancora la tesi rilegata, un po’ ammuffita dall’umidità: ogni tanto la sfoglio e mi dico: come scrivevo bene, a quel tempo!
Poi ci laureammo a scaglioni e nell’autunno del 1970 e del ‘71 si aprirono delle opportunità. A me fu proposto di seguire le esercitazioni di lingua, cosa che feci con entusiasmo per tutto l’anno accademico dietro al compenso totale di quarantamila lire: una fortuna per me che non avevo mai guadagnato una lira! A Sergio e a Patrizia furono proposte delle borse di studio. Cecilia ci prese da parte e ci chiese su cosa ci sarebbe piaciuto approfondire le nostre ricerche: ovviamente ci propose autori del primo Seicento. Fu così che io frequentai a lungo Georges de Scudéry, che a qual tempo pochi conoscevano e comunque soltanto perché aveva invidiato il successo di Corneille; Sergio si mise a studiare le splendide Histoires Tragiques che, quelle, nessuno le conosceva davvero. A quel tempo si unì a noi anche la cara Franca Robello che si innamorò del suo Page Disgracié, allargando la nostra squadra. Cominciammo a collaborare alla prestigiosa rivista “Studi Francesi” e a fare qualche timida apparizione ai vari Congressi, primi fra i quali quelli del CIR17.
Poi andammo avanti nella carriera universitaria.
E ora, a quarantacinque anni di distanza, eccoci qui a festeggiare Sergio. Il mio amico caro a cui auguro uno splendido futuro da pensionato, sempre che riesca ... a non mettersi in altri guai!



Pour citer cet article :

Rosa GALLI PELLEGRINI, Come eravamo, Du labyrinthe à la toile / Dal labirinto alla rete , Publifarum, n. 26, pubblicato il 31/05/2016, consultato il 23/03/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=358

 

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