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Gueliche lande cum en ger? - Come un galloromano si fa capire nella Germania altomedievale

Claudia HÄNDL



Abstract

The present study aims at analysing an extremely interesting literary case of the Carolingian time represented by a bilingual text known as Pariser Gespräche (‘Paris Conversations’) or Altdeutsche Gespräche (‘Old German Conversations’), which was produced in an area of language contact between lingua teudiska and lingua romana. In particular, the function of the text in its socio-cultural context will be outlined on the basis of its peculiar manuscript tradition, linguistic features as well as of a series of specific content criteria.

Riassunto

Il presente studio si prefigge di analizzare un caso curioso della storia della letteratura carolingia costituito da un documento bilingue noto come Pariser Gespräche (‘Conversazioni di Parigi’) o Altdeutsche Gespräche (‘Conversazioni in tedesco antico’) e nato in una zona di contatto linguistico fra lingua teudiska e lingua romana. Partendo dalla particolare situazione della trasmissione manoscritta, dalle peculiarità linguistiche e da specifici criteri contenutistici si cercherà di determinare la funzione del testo nel suo contesto socioculturale.

1. Introduzione

Sebbene la lingua latina potesse essere considerata la ‘lingua franca’ dei litterati nell’Europa altomedievale, era di poca utilità in determinate situazioni della vita quotidiana, in particolare nell’interazione linguistica con membri degli strati sociali illitterati. Così spesso anche nella comunicazione fra parlanti di lingua romanza e parlanti di teudiska lingua era necessario ricorrere all’uso di una delle due lingue volgari utilizzate nel regno carolingio. In questo contesto si inseriscono due manualetti di conversazione tramandati fra il IX e X secolo. Il primo, noto come Kasseler Glossen (‘Glosse di Kassel’) o Kasseler Gespräche (‘Conversazioni di Kassel’), nasce in area tedescofona ed è contenuto in un codice teologico miscellaneo ora a Kassel, proveniente da Fulda, ma di origine bavarese, e consiste di un glossario latino-altotedesco antico suddiviso per materie, contenente numerosi lemmi costituiti da termini della lingua quotidiana utilizzabili in semplici conversazioni di base; esse servivano probabilmente allo stesso scopo del breve frasario che segue nel manoscritto e che, nello schema della domanda e risposta, fornisce delle espressioni utili ad uno straniero che si trovasse nella parte orientale del regno carolingio e che volesse farsi intendere in situazioni della vita quotidiana, pur sapendo, oltre alla madrelingua, solo il latino e non il tedesco. Il secondo, dell’inizio del X secolo e conosciuto come Pariser Gespräche (‘Conversazioni di Parigi’) o Altdeutsche Gespäche (‘Conversazioni in tedesco antico’), è costituito da una raccolta di un centinaio di glosse e semplici frasi di conversazione. Si tratta, con tutta evidenza, di un manualetto finalizzato a fornire ad un viaggiatore di lingua romanza in terra teudiska espressioni utili e modelli fraseologici per affrontare le più varie situazioni comunicative. Il presente studio si prefigge di ricostruire il contesto storico, linguistico e socioculturale nel quale si inserisce quest’ultimo documento e di analizzarlo in relazione ad altri fenomeni coevi legati alla necessità di interagire in un ambiente multilingue, quale il regno dei Franchi nell’Alto Medioevo.

2. La trasmissione delle «Pariser Gespräche»

Le Pariser Gespräche sono state trascritte all’inizio del X secolo a margine e nei vuoti di un manoscritto del primo IX secolo. Il codice è attualmente conservato nella Bibliothèque Nationale de France ([a] Paris, Bibl. Nationale, Ms. lat. 7641);1 un unico foglio si trova oggi nella Biblioteca Vaticana ([b], Roma/Città del Vaticano, Bibl. Apostolica Vaticana, Cod. Regin. Lat. 566, fol. 50b) e costituiva originariamente l’inizio di [a]. Il manoscritto originale comprendeva, quindi, fol. 50 di [b] (testimone vaticano = V) e fol. 1-85 di [a] (testimone parigino = P). Sul foglio iniziale (fol. 50 di V) è riportato il titolo CODEX TITULI SCI MARCELLI che viene in genere riferito al monastero Saint-Marcel a Chalon-sur-Saône o alla cattedrale Saint-Marcel di Die, nel Département Drôme. Il manoscritto è stato redatto con tutta probabilità nella parte meridionale dell’area linguistica francese e deve essere giunto più tardi nella zona di Sens (cfr. Haubrichs 1972: 89-98; Haubrichs – Pfister 1989: 8-11). Questo codice miscellaneo conteneva vari glossari e sentenze:

[b] fol. 50:

Glosae ex novo et vetero testamento seu ex ethimologiis spiritualiter compositea (= glossario ‘Abavus plenor’), con glosse marginali in altotedesco antico inserite successivamente da un’altra mano;

[a] fol. 1r-85v:

- glossario ‘Abavus plenor’, fol. 1-74r;

- Synonima Ciceronis, fol. 74v-81r;

- Sententiae Senecanae, fol. 81v-84r;

- Glossae spirituales secundum Eucherium episcopum, fol. 84v-85v.

Le Pariser Gespräche si trovano, quindi, in un contesto in cui prevalgono glossari e dizionari che ben si concilia anche con la presenza di sentenze, presentate in ordine alfabetico, come fonte di sapere utile. Esse occupano i margini del fol. 50 di V, che contengono un glossario tedesco-latino relativo alle parti del corpo e una serie di formule di conversazione e frasi tipo in tedesco seguite dall’equivalente latino; nei fol. 1r, 2v e 3r di P invece, nei margini e nei vuoti, è trascritto un frasario bilingue, anch’esso con una serie di frasi e locuzioni tedesche seguite dall’equivalente in latino. È interessante notare che, sparsi sui fol. 4v, 5r, 6v, 7v, 8r, 9v, 10r, 11v, 12r, 13v, 14r, 15v e 16r, troviamo inseriti, con tutta evidenza dalla stessa mano che ha trascritto le Pariser Gespräche (cfr. Haubrichs – Pfister 1989: 7; Endermann 2000: 62), alcuni estratti dalla traduzione in altotedesco antico della versione latina dell’Armonia dei Vangeli di Taziano il Siro, accompagnati dal testo equivalente latino, che appaiono utilizzabili in un contesto paragonabile a quello delle Gespräche, trattandosi in alcuni casi di frasi e locuzioni impiegabili anche in alcune situazione della vita quotidiana (per gli esempi si veda sotto, 4.).

3. Peculiarità linguistiche

Il testo del materiale bilingue che ci è pervenuto è stato inserito a posteriori, nel X secolo, nel codice miscellaneo, ed è una copia poco accurata di un modello oggi perduto: che si tratti di una copia lo si può desumere, fra l’altro, dai numerosi errori di copiatura e dai vari maldestri tentativi di correggere il testo ad opera dello scriba (cfr. MARTIN 1895: 12; HAUBRICHS – PFISTER 1989: 12-14, con numerosi esempi; HAUBRICHS 2013: 348). Il copista, francofono, aveva con tutta evidenza una competenza ridotta della lingua tedesca: spesso non riusciva ad identificare in modo corretto le unità lessicali, producendo dei cluster errati a testimonianza del fatto che non comprendeva in tutti i casi il senso di ciò che stava copiando. Il testo trascritto in ortografia romanizzata proviene da un’area di contatto nella quale interferiscono elementi galloromanzi ed altotedeschi. La lingua tedesca delle Pariser Gespräche ha prevalentemente caratteristiche dei dialetti franconi; alcuni tratti peculiari quali, ad esempio, la mancata dittongazione di germ. ē 2 > ai e di germ. ō > au hanno indotto alcuni studiosi a cercare la sua localizzazione in un dialetto non meglio precisato del francone occidentale (cfr. HAUBRICHS – PFISTER 1989: 82; GUSMANI 1996; KLEIN 2000: 57; HAUBRICHS 2009: 934 seg.). Nell’ambito della presente indagine non è possibile entrare nel dibattito sulle caratteristiche specifiche del francone occidentale (cfr. soprattutto Schützeichel 1963: 517 segg.; HUISMANN 1969: 273-276; Schützeichel 1976: 125 seg.), la presunta varietà parlata dai Franchi insediati nella Galloromania che sarebbe scomparsa già nel corso dell’VIII secolo, a causa della rapida assimilazione dei Franchi tedescofoni alla lingua e cultura romanza, senza lasciare testimonianze scritte di interpretazione certa. Nel nostro contesto basti ricordare come non si possa escludere che una tale variante linguistica sia stata parlata, ancora nel IX secolo, nella zona di contatto linguistico tedesco-romanzo al confine occidentale del francone centrale o in determinate isole linguistiche non più individuabili situate nella parte occidentale del regno carolingio, come sostengono, fra gli altri, HAUBRICHS 2009: 935 e KLEIN: 57.

Che il copista fosse francofono risulta in modo molto chiaro dalle sue consuetudini grafiche e da numerose peculiarità grafo-fonematiche del testo che, almeno in parte, potrebbero risalire all’antigrafo. È quindi lecito ipotizzare che anche l’autore delle Pariser Gespräche fosse un romanico.2 Il testo pervenutoci è con tutta evidenza esito del tentativo del copista di presentare il materiale linguistico tedesco ivi contenuto con i mezzi dell’ortografia della propria madrelingua e in linea con le proprie abitudini articolatorie.3

Fra le caratteristiche che attestano chiaramente uno strato linguistico romanzo del nostro testo tedesco vanno ricordate in particolare le seguenti:

  • sostituzione di /e/ a /i/ e di /o/ a /u/, tipica del latino volgare (ad es. trenchen ‘bere’ [no. 71, 75] anziché trinkan o mer ‘me’ [no. 19, 21, 23, 100, 101] anziché mir; do ‘tu’ [no. 30] anziché du o durf ‘villaggio’ [no. 103] anziché dorf).4

  • grafia galloromanza ipercorretta per altotedesco antico [ō] (ad es. auren ‘orecchie’ [no. 3] anziché ōren o frau ‘signore’ [no. 85] anziché frō);

  • omissione dell’aspirata [h-] (ad es. ansco ‘guanto’ [no. 9, 55] anziché hantscuoh) oppure prostesi ipercorretta, non etimologica, di (ad es. hiih ‘io’ [no. 98] anziché ih o hutz ‘fuori’ [no. 40] anziché ūz);

  • grafia per germ. [w] (ad es. guin ‘vino’ [no. 75] anziché wīn o guillis ‘vuoi tu’ [no. 75] anziché wil(i) thu);5

  • prostesi vocalica davanti a , e (ad es. esconae ‘bello’ [no. 34] anziché scone/i, esprachen ‘parlare con’ [no. 43] anziché *sprāhhēn, isnel ‘veloce’ [no. 35] anziché snel).6

  • Saranno, qui, trascurate le eventuali interferenze romanze sul testo tedesco a livello morfologico e sintattico, meno evidenti, discusse in modo controverso7 e non rilevanti nel contesto della presente indagine. Va, tuttavia, ricordato che anche il testo latino mostra alcune interferenze galloromanze, in particolare in ambito lessicale, come nel caso di conpagn ‘compagno’ (no. 15), influenzato dal francese antico compain, o nel caso di disnaui ‘pranzò’ (no. 23), influenzato dal galloromanzo disner (< *dis-jejunare ‘interrompere il digiuno’).8 Complessivamente il latino delle Pariser Gespräche mostra però un notevole grado di correttezza, ovviamente dovuto agli effetti della correctio, la riforma carolingia del latino che ha interessato anche la Galloromania; nella consapevolezza linguistica sia del redattore sia del copista la lingua latina e la lingua romanza erano chiaramente distinte.9

    Le interferenze romanze riscontrabili sia nel testo tedesco sia in quello latino possono essere interpretate come indizi per la redazione delle Pariser Gespräche in area romanza da parte di un copista di lingua romanza; è probabile che pure l’autore di questo documento bilingue fosse di madrelingua romanza, ma non si può escludere che sia stato tedescofono e che determinate particolarità grafiche siano da attribuire all’intento del compilatore di agevolare la lettura del suo frasario per fruitori di lingua romanza (cfr. GUSMANI 2004: 184-186). Quello che colpisce, per quanto riguarda il testo tedesco, sono il carattere colloquiale, in particolare delle sue parti dialogiche, e altri riflessi della lingua parlata presenti nel testo, come ad esempio il marcato indebolimento in sillaba finale, le forme pronominali contratte, il livellamento analogico della seconda persona singolare preterito al presente e all’ottativo, l’adeguamento dell’imperativo del verbo gān all’imperativo dei verbi forti, la negazione doppia o molteplice, oltre a determinate locuzioni e sintagmi come ne trophen “niente affatto” e domande stereotipate. Non appare, quindi, azzardato affermare che ci troviamo con tutta evidenza davanti a uno dei rarissimi testimoni del periodo antico contenenti chiari elementi per la “Alltagssprache” tedesca degli inizi (cfr. soprattutto SONDEREGGER 1971: passim; HAUBRICHS – PFISTER 1989: 81; Meineke 1992: 353 seg. e passim).10

    4. Struttura e criteri contenutistici

    Le Pariser Gespräche iniziano con un glossario bilingue altotedesco antico-latino (no. 1-12) nel quale prevalgono nomi delle parti del corpo (testa, capelli e barba, orecchi, occhi, bocca, lingua, denti, mano, petto, pancia), seguito da un frasario bilingue con frasi modello e locuzioni (no. 13-106/107) che, in alcune sezioni, costituiscono una sorta di simulazione di dialoghi utili nella comunicazione quotidiana.

    Gli argomenti trattati riguardano, tra l’altro, il vestiario (no. 9), l’alloggio (no. 15-16), il cibo e le bevande (no. 71, 75 seg., 94-100, 106), il saluto e il primo contatto (no. 17-23), i giudizi positivi e negativi (no. 34-36, 68), le minacce e gli insulti (no. 38-42, 66), la partecipazione alla messa (no. 24-29, 60, 61), la partenza (no. 45, 46), la richiesta di equipaggiamento, attrezzatura e oggetti utili (no. 51-58), l’avvio di una comunicazione (no. 64, 65), oltre ad alcune domande generali con le loro possibili risposte (no. 30-33, 37, 77, 78).

    I dialoghi simulano situazioni comunicative che un viaggiatore in terra tedescofona dovrà potenzialmente affrontare; esse riguardano situazioni di base, quali, ad esempio, procurarsi un alloggio, cibo, bevande e altri servizi, ma anche circostanze specifiche alla vita dei nobili e dei loro servi, di vassalli e cavalieri. Un signore nobile, ad esempio, va ad alloggiare a casa di un conte (no. 16), i vassalli vengono giudicati sulla base della loro bravura (no. 34-36), il cavaliere richiede al servo di consegnargli lancia, spada, guanti, bastone e coltello (no. 52-57).

    Vengono forniti modelli per dialoghi dai toni pacati, ma non mancano interazioni grossolane od oscene. Un dialogo cortese è, ad esempio, riportato nei no. 17-18, con una possibile variante per la risposta nel no. 19:

    (no. 17) Guane cumetger / brothro .i[d est] . unde / uenis fr[a]t[er]
    (“Da dove venite, frate?”)

    (no. 18) E g cunt / simọ i no dodon [us] / . i[d est] . dedomo do[m]ni mei .
    (“Vengo dalla casa del mio padrino.”)

    (no. 19) u[e]l . Ecunt / mer min erre us . / i[d est]de domo senioris miei . /
    (“oppure: Vengo dalla casa del mio signore.”)

    Un altro dialogo dal tono civile è costituito dalle frasi ai no. 20-23:

    (no. 20) Gueliche lande / cu[m] en ger . i[d est] de qua / patria .
    (“Da quale paese venite?”)

    (no. 21) E guas / mer ngene / francia . i[d est] in francia fui . /
    (“Sono stato in quella Francia.”)

    (no. 22) Guaez gedarda / den . i[d est] . q[u]id fecesti ibi . /
    (“Che cosa avete fatto là?”)

    (no. 23) enbeṭ z mer dar . i[d est] . / disnaui me ibi /
    (“Ho mangiato là.”)

    I modelli forniti possono tener conto dello status sociale degli interlocutori; mentre ad un signore ci si rivolge in modo educato, nella forma di cortesia, ad una persona di basso rango può essere riservato un trattamento meno garbato:

    (no. 64) Guaz quet enger . erra . i[d est] . q[u]id dicistis uos . //
    (“Che cosa dite, signore?”)

    (no. 65) Co orestu narra . i[d est] . ausculta fol . //
    (“Ascolta, idiota!”)

    Fra i vari insulti contenuti nel frasario vorrei citare uno particolarmente grossolano:

    (no. 42) Vndes ars intine naso . i[d est] canis culum intuonaso . ///
    (“Il culo di un cane [sia] nel tuo naso!”)

    Sono vari i servizi che si possono richiedere sulla base dei modelli forniti dal frasario, ad esempio di sellare un cavallo, di aggiustare le scarpe oppure si possono richiedere i servizi di una prostituta, quest’ultimo caso senza l’equivalente latino:

    (no. 45) Guse attilæ minros . i[d est] . / mitte sella[m]
    (“Sella il mio cavallo!”)

    (no. 79) Bůzze . minesco . i[d est] . em[en]da mea[m] // cabata[m]
    (“Aggiusta la mia scarpa!”)

    (no. 101) Gauathere . latz mer serte. /
    (“Puttana, fammi fottere!”)

    Di indubbia utilità per uno straniero in terra tedescofona sono anche le brevi frasi con richieste, domande e affermazioni/negazioni impiegabili nelle più varie situazioni:

    (no. 13) Elpe . adiuua
    (“Aiuto!”)

    (no. 30) Guaz guildo . i[d est] . quid uis tu .
    (“Che cosa vuoi?”)

    (no. 32) ne guez i[d est] . nescio .
    (“Non so.”)

    (no. 37) CVerest . i[d est] . ubiest . /
    (“Dove è?”)

    (no. 40) Ghanc huz . i[d est] . fo[r]is .
    (“Esci!”)

    (no. 61) Enualde . i[d est] . ego nolui //
    (“Non volevo.”)

    (no. 77) Gued est taz . i[d est] . q[u]id e[st] hoc /
    (“Che cosa è questo?”)

    Strettamente collegati a questo materiale, contenuto nei testimoni delle Pariser Gespräche, e precisamente al fol. 50r di V e ai fol. 1r, 2v e 3r di P, sono alcuni degli estratti dalla traduzione in altotedesco antico della versione latina dell’Armonia dei Vangeli di Taziano il Siro, accompagnati dal testo equivalente latino, che sono inseriti sui fol. 4v, 5r, 6v, 7v, 8r, 9v, 10r, 11v, 12r, 13v, 14r, 15v e 16r del codice parigino, in quanto contengono alcune frasi e locuzioni impiegabili anche al di fuori del contesto biblico, in situazioni comunicative quotidiane.

    Qui di seguito verranno riportati alcuni esempi:11

    fol. 5r (in alto):

    tu me sequere
    thu mir folge.
    (“Seguimi!”)

    fol. 6v (in alto):

    hab&is hic aliquid q(uo)d man duc&(ur).
    Hab& ir hier uuaz. thaz man ezzan megi
    (“Avete qui qualcosa che si può mangiare?”)

    fol. 9v (in alto):

    [sitio]12
    Ih thrustu.
    (“Ho sete.”)

    fol. 13v (in alto):

    [neque scio / quid dicas]13
    Uuaz tu quidis. neuuiz ich
    (“Quello che chiedi io non so.”)

    fol. 15v (in alto):

    Nescio ego quid tu dicis.
    Niueizih. uuaz thu. sages
    (“Non mi risulta quello che tu dici”)

    A conferma dell’intento di fornire materiale linguistico utile per conversazioni della vita quotidiana da parte di chi ha trascritto questo tipo di estratti nel manoscritto, possono essere considerate le tre interpolazioni inserite nelle citazioni dal Taziano. Queste interpolazioni forniscono frasi modello per determinate situazioni, la prima e la terza solo in tedesco, la seconda in latino seguito dalla traduzione in tedesco:

    fol. 7v (in alto):

    trench tu broth(er)
    (“Bevi, frate[llo]!”)

    fol. 7v (in basso a sinistra):

    nolo intrare indomuntua(m)
    Neguille inganga n intinen14 usa.
    (“Non voglio entrare nella tua casa.”)

    fol. 16r (in alto a destra):

    Nolo rogare meum fratre(m). suu(m). gladiu(m)
    Neguil bittan minan brother sin suert
    (“Non voglio chiedere a mio fratello la sua spada.”)

    Come risulta da quanto finora esposto, le Pariser Gespräche e la loro integrazione con estratti dal Taziano non costituiscono un testo dialogico bilingue omogeneo e coerente; sono individuabili complessi tematici più o meno ampi con materiale linguistico utilizzabile come modello per semplici conversazioni in tedesco. Qui di seguito verrà affrontata la questione della funzione di questo materiale.

    5. Le «Pariser Gespräche» – solo un manualetto per un viaggiatore di lingua romanza in terra tedesca?

    È indubbio che il materiale tramandato fosse in grado di fornire ad un viaggiatore di lingua romanza in territorio tedescofono espressioni utili e modelli fraseologici per affrontare le più varie situazioni comunicative. Se si considerano le Pariser Gespräche al di fuori del loro contesto di trasmissione, si potrebbe ipotizzare che siano frutto dell’impegno di un viaggiatore di lingua romanza in terra teudiska, autodidatta, che si appunta, sulla base di concrete situazioni comunicative, termini e frasi appresi dal contesto per poterli agevolmente riutilizzare in circostanze analoghe. Se si considera, invece, il contesto nel quale le Pariser Gespräche sono trasmesse, e precisamente negli spazi rimasti liberi su alcuni fogli di un testimone composto prevalentemente da glossari e dizionari (vedi sopra, 2.) e in stretta relazione con gli estratti dal Taziano bilingue inseriti a posteriori su alcuni fogli del codice, dalla stessa mano che ha trascritto il frasario (vedi sopra, 2. e 4.), sembra più probabile che si tratti di materiale predisposto prima ancora di intraprendere il viaggio, con l’aiuto di qualcuno che era o di madrelingua tedesca o che, comunque, aveva discrete conoscenze di tale lingua. Ad un ambito scolastico o comunque ad un apprendimento ‘guidato’ fanno pensare non solo i glossari contenuti nel manoscritto e le Sententiae Senecanae ivi inserite come fonte di sapere utile, bensì anche le evidenti relazioni con il Vocabularius Sancti Galli, un glossario per materie altotedesco antico-latino del tardo VIII secolo sorto sotto l’influsso della tradizione glossatoria anglosassone e collegato tramite tale tradizione agli Hermeneumata pseudositeana, un vocabolario scolastico greco-latino risalente al terzo secolo. Le frasi modello delle Pariser Gespräche sarebbero allora esempi predisposti per l’insegnamento del tedesco,15 e il fatto che il materiale linguistico in questione si trovi appuntato per iscritto rimanda ad un chiaro contesto ecclesiastico e più precisamente monastico: come è ben noto, la produzione del testo scritto, sia in latino, sia in lingua volgare, nel periodo della redazione delle Pariser Gespräche era quasi esclusivamente legata all’attività di persone con una formazione clericale.16

    Ma gli uomini della Chiesa nell’Europa altomedievale viaggiavano in terra alloglotta e potevano quindi considerare utile un’istruzione almeno basilare nella lingua del paese ‘ospite’? A questa domanda si può senz’altro rispondere in modo affermativo: sin dall’attività sul continente di missionari irlandesi e inglesi, impegnati nell’evangelizzazione di stirpi germanico-occidentali rimaste ancora legate all’antica religione germanica in un periodo nel quale i Franchi da tempo si erano convertiti al Cristianesimo,17 sono in particolare i clerici che si rivelano estremamente ‘mobili’, spostandosi da monastero a monastero o da sede vescovile a sede vescovile, spesso al servizio delle autorità ecclesiastiche, ma talvolta anche di quelle laiche. La particolare situazione politica e linguistica nel regno carolingio rendeva utili conoscenze almeno basilari di entrambe le lingue volgari parlate nel regno non solo per la classe dirigente – la famiglia reale e l’alta aristocrazia laica ed ecclesiastica –, ma anche per chi era al servizio di tale classe nell’ambito della gestione dei rapporti politici e nell’amministrazione dei beni. Queste persone erano, in genere, litterati ovvero erano state istruite nelle scuole monastiche e vescovili anche nella lingua latina.18

    Tuttavia, l’istruzione impartita presso le scuole monastiche non si rivolgeva, come è noto, solo a futuri ecclesiastici. Vanno, infatti, considerati anche i casi in cui l’educazione di giovani nobili era affidata ad una scuola monastica o vescovile e che, come attestato da fonti affidabili, ancora intorno alla metà del IX secolo poteva includere, per giovani nobili della parte occidentale del regno carolingio, l’apprendimento della lingua parlata nella parte orientale del regno. In questo contesto si può ricordare il caso dei giovani aristocratici della parte occidentale del regno affidati all’abbate Lupo Servato del monastero benedettino di Ferrières-en-Gâtinais nella parte occidentale del regno carolingio. Lupo era figlio di un padre bavarese e di una madre di lingua romanza che aveva ottenuto la sua formazione fra l’altro nel monastero di Fulda, sotto l’abbate Rabano Mauro, allievo di Alcuino, e che nel 844 inviò suo nipote, figlio di Wago, insieme a due altri giovani nobili, al monastero di Prüm, in zona tedescofona, per far acquisire loro alcune nozioni della lingua tedesca, considerate utili per le classi dirigenti nel regno franco. Quando, tre anni più tardi i nobili discepoli fecero ritorno in terra francofona accompagnati da Egil, un monaco di Prüm, Lupo scrisse una lettera di ringraziamenti all’abbate Markwart di Prüm, suo parente, nella quale sottolineava l’utilità della conoscenza della lingua tedesca non solo nel caso specifico di questi giovani, ma anche in generale.19 Le circostanze di questa “mobilità studentesca europea”, sotto la guida di istruttori ecclesiastici, fanno capire che nel regno carolingio del IX secolo non esistesse un diffuso bilinguismo, come suppongono certi studiosi (vedi ad es. McKITTERICK 1989), e che casi come quello di Lupo, nato da un matrimonio misto, potevano sì favorire un bilinguismo effettivo, ma che in genere era necessario investire un notevole impegno per poter superare la barriera linguistica germanico-romanza.

    Una testimonianza centrale di quanto la barriera linguistica germanico-romanza già intorno alla metà del IX secolo risultasse insormontabile per persone non appartenenti alla classe dirigente o al ceto dei litterati è costituita dai Giuramenti di Strasburgo, formule di giuramento tramandate in altotedesco antico e antico francese, registrate dallo storiografo di Carlo il Calvo, Nithard, nipote di Carlo Magno, nel libro III, 5 dei suoi Historiarum libri quattuor, nel contesto di un resoconto in lingua latina sul rinnovo del trattato d’alleanza tra Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, che ebbe luogo a Strasburgo il 14 febbraio 842. Nella battaglia di Fontenoy del 15 giugno 841 i due figli più giovani di Ludovico il Pio avevano sconfitto il fratello, l’imperatore Lotario I; otto mesi dopo ratificarono la loro alleanza alla presenza dei loro eserciti, scambiandosi pubblicamente il giuramento di fedeltà. Nithard riferisce che i due sovrani tennero dei discorsi in cui rendevano conto della loro alleanza dichiarando i loro sudditi liberi dal giuramento di fedeltà che li vincolava ai sovrani, qualora loro stessi avessero infranto il giuramento di alleanza fra fratelli. Poi ciascuno dei fratelli pronunciò il giuramento, prima il maggiore, Ludovico, re dei Franchi orientali, in lingua romanza (romana lingua), per essere compreso dall’esercito francone occidentale, poi Carlo, re dei Franchi occidentali, in lingua tedesca (teudiska lingua), per farsi capire dall’esercito francone orientale. Quindi i due eserciti, ognuno nella propria lingua, giurarono di non essere più al servizio del proprio sovrano se questi avesse infranto il suo giuramento. Nithard registra tutti e quattro i giuramenti nelle rispettive lingue volgari, mentre riporta il resoconto del procedimento in latino. I Giuramenti di Strasburgo sono importanti non solo per la storia politica, bensì anche per la comprensione dell’evoluzione linguistica all’interno delle varie parti del regno carolingio. La loro duplice redazione in francese antico e in altotedesco antico, precisamente in francone renano, dimostra, infatti, che i Franchi di Ludovico (della parte orientale) non erano in grado di comprendere la lingua dei Franchi di Carlo (della parte occidentale) e viceversa: una parte dei Franchi era cioè completamente romanizzata, mentre l’altra parte, rimasta in un territorio germanico da molti secoli, continuava a parlare la lingua originaria e comprendeva solo questa.20

    Il concetto di un plurilinguismo germanico-romanzo-latino non può, quindi, essere applicato in modo generalizzante alla situazione del regno carolingio. Questo tipo di plurilinguismo nel IX e X secolo risulta, di norma, limitato alla classe dirigente del regno e ai ceti eruditi, con una possibile diffusione ad altri gruppi di persone solo nella zona di contatto fra le due aree linguistiche, nella parte occidentale del regno, ed eventualmente in alcune isole linguistiche del francone occidentale oggi non più individuabili.

    Nel contesto socioculturale sopra delineato, un documento quale le Pariser Gespräche si rivela una testimonianza importante del fatto che, nel periodo della sua redazione, un bilinguismo germanico-romanzo non fosse certamente un fenomeno diffuso nel regno carolingio. Per questo motivo chiunque, di madrelingua romanza, avesse bisogno di muoversi nella parte tedescofona del regno e in ambienti dove non si parlava il latino, avrebbe dovuto acquisire almeno alcune conoscenze rudimentali del tedesco per poter affrontare le situazioni comunicative più comuni durante un soggiorno nel regno orientale, preferibilmente ancor prima della partenza. Se poi certi elementi contenuti nel frasario, come gli insulti grossolani (cfr. ad es. il no. 42) o la richiesta dei servizi di una prostituta (cfr. il no. 101) servissero davvero alla preparazione per reali situazioni da affrontare durante un viaggio in terra alloglotta o se fossero piuttosto pensate come uno scherzo, per attirare l’attenzione dei discenti durante la lezione di tedesco L2, rimarrà ignoto fintantoché non verranno alla luce testimonianze univoche in forma di un diario dettagliato di un galloromano in viaggio nella Germania altomedievale.

    6. Bibliografia

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    Notes

    ↑ 1 Il manoscritto di Parigi è consultabile on-line: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8478985p]http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8478985p], ultima consultazione: 03/02/2016.

    ↑ 2 Secondo GUSMANI 1995, GUSMANI 1996 e GUSMANI 1998, passim, gli argomenti a favore di una tale ipotesi non sono tuttavia impellenti.

    ↑ 3 Il testo delle Pariser Gespräche viene qui di seguito citato secondo l’edizione riportata in HAUBRICHS – PFISTER 1989: 83-90. Si segnala inoltre l’edizione diplomatica con un commento e con un glossario di GUSMANI 1999. Nelle citazioni verrà inoltre utilizzata la tradizionale numerazione delle glosse e frasi risalente a GRIMM 1858.

    ↑ 4 Uno scriba francofono doveva essere consapevole del fatto che a una /e/ galloromanza poteva corrispondere sia una /i/ latina che una /i/ germanica (lunga o breve), e che ad una /o/ protoromanzo in latino poteva corrispondere sia una /ŭ/ che una /ō/, cfr. RUSSO – PROTO 2013: 473 seg. Cfr. però i dubbi espressi al proposito da GUSMANI 1998: 207.

    ↑ 5 Vedi però GUSMANI 1998: 208 seg. il quale non condivide tale valutazione del fenomeno come un indizio per un’interferenza linguistica.

    ↑ 6 Per la diffusione della prostesi vocalica in area galloromanzo cfr. RUSSO – PROTO 2013: 478 seg. Per un quadro completo delle eventuali interferenze romanze sul testo tedesco si vedano HAUBRICHS – PFISTER 1989: 16-46.

    ↑ 7 Vedi in particolare HAUBRICHS – PFISTER 1989: 39-41, MEINEKE 1992: passim e BERSCHIN – LÜHR 1995: 14-18.

    ↑ 8 Ulteriori esempi in HAUBRICHS 2009: 933.

    ↑ 9 A proposito del latino delle Pariser Gespräche vedi soprattutto Berschin – Lühr: 11 seg.

    ↑ 10 Per una dettagliata analisi linguistica delle Pariser Gespäche in generale si veda GUSMANI 2000.

    ↑ 11 Per le inserzioni dal Taziano e le interpolazioni seguo il testo dell’edizione di SCHMID 2004, complessivamente più affidabile di quello presentato da SIEVERS 1874 e da ENDERMANN 2000.

    ↑ 12 Manca nel manoscritto parigino l’equivalente latino presente nel testimone di San Gallo del Taziano, cfr 317,11: dicit sitio quad ih thurstu.

    ↑ 13 Manca nel manoscritto parigino l’equivalente latino presente nel testimone di San Gallo del Taziano, cfr 300,4 seg: … neque scio / quid dicas …ih niuueiz / uuaz thu quidis …,

    ↑ 14 Così nel manoscritto parigino; Schmid 2004 invece riporta iNTinen.

    ↑ 15 Per l’eventuale intento di utilizzare le frasi modello delle Pariser Gespräche nell’ambito della didattica, si veda anche PENZL 1984 e Glück 2002: 69, con riferimento a SCHUBERT 1996: 65.

    ↑ 16 Sul monopolio clericale nella cultura scritta del periodo della redazione delle Pariser Gespräche vedi SCHUBERT 1996: 58 seg.

    ↑ 17 In un tale contesto pare sia da collocare anche il Vocabularius Sancti Galli il cui fruitore potrebbe essere stato un missionario anglosassone che aveva copiato per uso personale, tra le altre cose, un glossario latino-altotedesco antico. Sulla necessità per missionari di poter disporre di conoscenze della lingua volgare della terra nella quale erano attivi vedi BISCHOFF 1961: 223.

    ↑ 18 Sul bi- e plurilingismo nel regno carolingio si vedano McKITTERICK 1989: passim (senza riferimento alle Pariser Gespräche e con la tendenza di generalizzare la situazione nella parte occidentale del regno); HELLGARDT 1996: passim (al proposito delle Pariser Gespräche: 28-31; MOLINARI 2013: 268-284 (al proposito delle Pariser Gespräche): 280-284).

    ↑ 19 Vedi la lettera no. 70 della raccolta di lettere redatte nel periodo in cui Lupo era abbate di Ferrières in Dümmler 1925: 67, scritta presumibilmente nel 847: Dignas vobis rependere gratias non valemus, sed non idcirco vel verbis id temptare non debemus. Siquidem inter alia, quae nobis iam plurimapraestitistis, linguae vestrae pueros nostros fecistis participes, cuius usum hoc tempore pernecessarium nemo nisi nimis tardus ignorant. Itaque non istis gratam rem solum , verum etiam utilissinam nobis omnibus contulistis.

    ↑ 20 Un’ulteriore testimonianza di una situazione analoga e cioè di un bilinguismo solo da parte dell’alta nobiltà è rappresentata dai giuramenti prestati in occasione dell’alleanza stretta a Coblenza nell’860 tra Ludovico il Germanico, Carlo il Calvo e il figlio di Lotario I, in cui reciprocamente essi si promettevano pace e si offrivano mutuo appoggio.

    Pour citer cet article :

    Claudia HÄNDL, Gueliche lande cum en ger? - Come un galloromano si fa capire nella Germania altomedievale, Du labyrinthe à la toile / Dal labirinto alla rete , Publifarum, n. 26, pubblicato il 31/05/2016, consultato il 18/11/2017, url: http://publifarum.farum.it/ezine_articles.php?id=342

     

    Dipartimento di Lingue e Culture Moderne - Università di Genova
    Open Access Journal - ISSN électronique 1824-7482

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